ANNUNCIAZIONI

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C’è poco di miracoloso nell’annunciazione biblica, una fanciulla gravida che comunica a suo marito
-“Sono incinta, ma non è tuo, io sono vergine…mi ha fatto visita un angelo gentile.”-
Pensa invece, Giuseppe che torna gravido da Maria e le rivela
-“Scodellerò un bambino per l’umanità.”-
QUELLO sarebbe stato un colpaccio ad effetto…
Fax Mac Allister
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Safer Sex

tumblr_p2wwwf14f51w67tn1o1_1280-“Perché hai l’uccello così arrossato?”-
-“Ieri sera Evelyn Darling non voleva saperne di me, così l’ho infilato nel flacone dell’ammorbidente…”-
-“Mercoledì ti ho prestato la borraccia per la bici, non avrai sodomizzato anche quella?”-
-“Tranquillo Fax, pratico il coito interrotto.”-

Fax Mac Allister e Ben Brown
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Ken, il Barbie maschio

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Mi chiamo Fax Jeremy Mac Allister. Abito in un castello ma non sono ricco,

ho un cognome scozzese ma un aspetto mediterraneo.

I miei genitori hanno sempre pensato che fossi un bambino strano.

I miei genitori sono quelle persone che hanno scelto di registrarmi “Fax” alla anagrafe.

Sono cresciuto nel Colinshire dove abitano inglesi e italiani che si detestano, ma concordano su due questioni :

1 Chi gioca a calcio è un figo al Wembley Stadium come a San Siro.

2 Un omosessuale è FROCIO lungo le sponde del Tamigi come sulle rive del Tevere.

Froci senza frontiere.

Siamo nel 1988, ho 6 anni, è un tardo pomeriggio d’Estate. Non piove.

Rara occasione per un barbecue nel giardino del castello.

L’ uomo italo inglese che attizza le braci sotto la griglia con il mantice, è Abel Mac Allister, mio padre. La donna italiana che apparecchia la tavola sulla piazzola di laterizio, attenta che il bambino poco distante non calpesti le rose bianche, è Selva Maneri, mia madre. Il bambino che calcia il pallone in cuoio, minacciando l’integrità delle rose bianche, è John Marc Mac Allister, mio fratello grande. La bambina seduta su una sedia della tavola che mia madre apparecchia, punita per aver segato le tette della Barbie con un coltello da cucina, è Melissa Mac Allister, mia sorella piccola. Il bambino che rovista di nascosto nel bidone dei rifiuti, per recuperare le tette asportate alla Barbie da sua sorella, sono io, Fax Mac Allister.

Colui che invece sta sodomizzando il suo amico, proprio vicino alle rose bianche, sotto il naso della famiglia, è Oliver… il nostro gatto.

Sì, nel tardo pomeriggio di una rara, soleggiata giornata è chiaro che per la mia famiglia, come nel resto della Contea, due maschi NON devono cercare incastri fra i loro corpi. È sbagliato senza eccezioni, gatto incluso.

L’amico che Oliver sta cavalcando è Whisky, il gatto degli Sloan.

Whisky inizialmente oppone resistenza, poi abbassando le orecchie e socchiudendo gli occhi, sembra non passarsela così male sotto Oliver.

Il gatto dei Mac Allister ha pubblicamente fatto coming out, mentre il suo amico si mostra orgoglioso della sua passività.

Selva Mac Allister, sopraffatta dalla foga con cui Oliver ci dà dentro, lancia un grido di soccorso verso suo marito Abel, il quale gettato il soffietto sul prato, impugnato l’attizzatoio, si dirige aggressivo verso i due amanti felini. La bambina in punizione salta divertita sulla sedia, il bambino con il pallone di cuoio smette di calciare, l’altro bambino, recuperata una sola delle tette in plastica urla –“ Non lo picchiare!”-

Tutti si voltano verso me. Imbarazzato nascondo nella tasca dei pantaloni uno dei piccoli seni di Barbie, e confermo con tono più moderato

–“Non fargli male.”-

Nel frattempo i due sodomiti si sono separati e fuggono.

Mio fratello, presa la mira, con un calcio al pallone colpisce Oliver.

Gli grido di smetterla.

Lui–“E perché? Sei come loro?”-

Mio padre interviene infastidito brandendo l’attizzatoio verso John Mark

–“Non dirlo neanche per scherzo!”-

Poi raccoglie il mantice e aggiunse perplesso –“ Ci mancava il gatto finocchio…”-

Nel corso della cena, mia sorella vanifica il tentativo di censurare la questione

–“Quindi Oliver e Whisky sono fidanzati?”-

Mia madre- “Non dire stupidaggini, sono due maschi!”-

-“Neanche due femmine possono allora?”-

Mia madre –“Certo che no…Melissa le carote vicino alla tua carne non sono una scenografia decorativa, le devi mangiare.”-

-“Allora perché la mia Barbie non può diventare maschio?”-

Mio padre –“Ma cosa stai dicendo?”-

-“Ogni volta che faccio un matrimonio si sposano due femmine. Mi serve Ken, il Barbie maschio.”-

Mio padre –“Tu hai mutilato e rasato a zero la tua bambola per farla diventare un maschio?”-

Mia sorella, ovvia –“Certo! Voi dite che non si può se sono due femmine…”-

Mia madre, seccata –“Questo non ti autorizza a rovinare i tuoi giochi. Non hai rispetto per niente e hai preso di nascosto un coltello dalla cucina. Le tue bambole sono sequestrate per un mese.”-

Melissa, affatto turbata –“Delia Berry ne ha due di Barbie maschi e sua mamma le ha comprato anche i vestiti.”-

Mia madre spazientita –“Ti decidi a finire quelle carote?”-

Mio padre –“Non mi piace che Oliver faccia quelle schifezze davanti ai bambini. Dobbiamo tenere lontano il gatto degli Sloan.”-

Mia madre –“Spero che non abbiano fatto porcherie davanti a Teresa Sloan. Domani tutto il villaggio saprebbe che il nostro gatto è un pervertito.”-

Mio padre –“Beh, chi se lo faceva infilare era il loro gatto, non il nostro…”-

Subentro io – “Ma dove glielo infilava?”-

Prima che John Mark possa rispondere, mia madre, spossata dalla conversazione, esclama isterica –“Che bravo Fax! Tu hai mangiato tutte le verdure. Per dessert ho preparato il tiramisù…”-

Quando Oliver torna al castello, Abel e Selva Mac Allister lo seguono con sguardo crucciato, quasi si aspettassero le sue scuse, o un’espressione contrita sul muso striato bianco e rosso.

Tutta la felina giocosità apprezzata è svanita nel tempo di un coito interrotto.

Mia madre, nella sua consueta visione apocalittica della vita vaticina:

-“È un gatto vagabondo e strano, causerà dei problemi a questa famiglia, non mi va che salga sulla poltrona.”-

Oliver, imperturbabile, davanti all’infausta predizione si lecca le palle e continua a rasparsi il pelo.

Se quella di mio padre e mia madre voleva essere un’azione dimostrativa pedagogica, sappiate,  fu un fallimento. Io ero confuso per la loro improvvisa mancanza d’affetto verso il gatto di casa, Melissa aveva incollato in mezzo alle gambe della Barbie la tetta recuperata dai rifiuti, John Marc aveva fabbricato una fionda per colpire Whisky, mentre Oliver continuava a frequentare e suppongo montare il suo amico.

Quella stessa Estate ai due adolescenti italiani di Gardar, sospettati di essere amanti, venne ricordato quale fosse il sentimento comune, con la scritta “FROCIO” verniciata sulla casa dei genitori di uno, e “FAGGOT” incisa con un chiodo sull’auto della famiglia dell’altro.

Il giorno seguente, alcuni curiosi osservavano la padrona di casa ridipingere silenziosa il muro, umiliata.

“La madre di un frocio non è una buona madre”. Una certezza popolare nel Colinshire, come l’aceto che scioglie le incrostazioni di calcare o il miele cornico per lenire l’irritazione faringea. Ma sono sempre i figli degli altri ad essere froci.

Ne era convinta Hylda Walker, moglie del borgomastro.

I Walker erano stimati conservatori della piccola comunità.

Una raffinata, onesta e stimata signora, mai potrebbe crescere un figlio frocio.

Sì, Hylda ne era proprio certa. Di cosa sarà stata certa, la mattina che vide suo figlio pendere dal luccicante lampadario di cristalli, nella sala del pianoforte? Il giovane Walker si sentiva equamente frocio e faggot, e conosceva l’irremovibile posizione della mamma in merito alla faccenda.

Prima di infilarsi un cappio al collo, il sedicenne scrisse un biglietto di scuse e commiato, perché sapeva quanto i suoi genitori apprezzassero le buone maniere.

Nella mia famiglia, l’unica a non aver mai pronunciato aneddoti omofobici da caserma, è mia nonna Laura.

La scalinata che collega i nostri appartamenti nel castello è da sempre la mia salvezza.

Non c’era dramma infantile che non si fosse arrampicato lungo quella rampa per arrivare a lei. Come quando non avevo il coraggio di dire a mia madre che il suo ciambellone farcito era ributtante, perché l’uva sultanina mi ricordava le caccole di naso.

Laura Mac Allister conosceva la soluzione a qualunque tragedia, anche se spesso caldeggiava scelte che io speravo di evitare, tipo confessare prima che l’uvetta scomparsa riemergesse a galla nel water.

Nel Dicembre dell’ottantotto i miei genitori cominciarono a porsi qualche domanda su di me, leggendo le lettere indirizzate a Santa Claus.

Chiesi per Natale i mini pony profumati con le ciocche colorate da pettinare.

Mia madre obiettò –“E’ un giocattolo per bambine!”-

E io –“Ma a me piace.”-

Lei, diplomatica –“Ma Fax, Babbo Natale ha diviso i giochi per maschietti e femminucce. Se lui porta a te i mini pony, qualche bambina rimarrà senza regalo.”-

In quell’istante pensai che anche quella stronza di Giuditta Locatelli della mia classe aveva chiesto i mini pony per Natale.

Ipotizzando che a rimanere senza regalo fosse lei, risposi –“Non mi importa, voglio i mini pony arancioni.”-

Prima che potessi precederla, mia madre salì la scala che conduce ai nonni per allarmare sua suocera –“So che Fax domani ti esporrà il problema. Ti prego Laura, convincilo a desistere dai mini pony profumati. Forse Abel un giorno accetterà l’idea che suo figlio non ami il calcio, ma non siamo pronti ad affrontare cavallini con le ciocche rosa e viola…”-

Mia nonna si diresse verso l’abete addobbato nel drawing room da cui sfilò un cartoncino colorato a pastelli –“È la letterina di Melissa, nostra nipote, tua figlia. Chiede a Babbo Natale un fucile ad aria compressa. Risolvimi questo problema e io ti archivio i mini pony.”-

Santa Claus mi portò He Man, il modellino di un guerriero palestrato, pettinato con un caschetto biondo, che indossa un succinto top. Lo amavo e ci dormivo insieme.

I miei genitori, pur non essendo sostenitori dei giocattoli inutili, erano orgogliosi di aver infuso la mascolinità di cui ero deficitario.

Ottimo lavoro…come impedirmi di pettinare cavallini profumati, distraendomi con i Village People.

Pochi mesi più tardi, mia madre rivolta a mio padre

–“Hai dato tu un cucchiaio di legno a Fax?”-

Lui, fiero –“SÌ, credo voglia fabbricare la spada di He Man.”-

Lei, disillusa -“Quel cucchiaio ora ha un fiocco sul manico, è la bacchetta magica dell’Incantevole Mami. L’ ho sorpreso in giardino che tentava di trasformarsi.”-

Mio fratello John Marc seguiva in tv “Hip Hip Urrà”, una serie animata giapponese con protagonisti due aspiranti calciatori. Io seguivo “L’Incantevole Mami”, una serie animata giapponese con protagonista una bambina dai capelli blu che si trasforma in una cantante adulta.

L’arrivo di He Man era stata una ventata di novità nell’angolo delle bambole di Melissa. Prima di allora gli scenari erano quelli di un club lesbo, matrimoni fra donne, femmine infilate nello stesso letto e baci saffici.

Concessi di far sposare He Man con Barbie, per tutelare la conservazione della specie umana.

Rassettando la camera di sua figlia, Selva Mac Allister scorse il guerriero nerboruto, accomodato a un simposio di nozze tutto rosa.

Lo prese in mano e guardandolo negli occhi sussurrò –“Sei un fallito, lo sai?”-

Due colpi di spolverino e lo riaccomodò al convivio.

Ken, il Barbie maschio sognato da Melissa, giunse per il suo ottavo compleanno da parte dei nostri zii, versione tennista. Il primo dettaglio che captai furono i suoi abiti. A differenza di He Man che è un blocco di plastica unico, Ken può denudarsi e cambiare look. In un momento di generale distrazione gli tastai le braghe.

Si percepiva una leggera protuberanza. Approfittando di una tappa di mia sorella al bagno, chiusi a chiave la porta di camera e sfilai i pantaloncini al nuovo amico.

Ken rivelava un leggero, appena accennato dosso, differente dal piattume inguinale di Barbie. E come ignorare Ken, che con le braghe abbassate, affatto turbato della mia curiosità, continuava a sorridermi smagliante?

KEN, IL BARBIE MASCHIO  – Fax Mac Allister – Copyright ©

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AVERE LE PALLE

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“Rhoger Preston è uno con le palle grandi così”. Lo dicevano tutti nel Colinshire.
Rhoger era l’oste del Colin’s Head, la mescita del villaggio di Gardar.
Tutte le volte che ascoltavo la sentenza “Rhoger Preston è uno con le palle grandi così” prestavo attenzione alla mimica del fine oratore, sperando quantificasse con un gesto delle mani quanto grandi potessero essere queste palle di Rhoger.
“Avere le palle, tirare fuori le palle, averle quadrate, mi cadono le palle.”
Da che ho memoria mio padre asserisce che il valore di un uomo, in quanto rappresentante del genere maschile, si stima in base alla resistenza dei suoi testicoli. Pertanto mi preoccupavo di essere dotato del campionario.
Appena sveglio, sotto le coperte del baldacchino in palissandro, arrischiavo la mano oltre l’elastico dei pantaloni del mio pigiama, poi travalicavo quello delle mutande per sincerarmi della presenza di due testicoli. Appurato ci fossero entrambi, collocati dove li avevo lasciati la sera prima, mi autorizzavo a uscire dal letto.
Era successo al frutteto della zia Jane in Zimbabwe, un’epidemia di carpoptosi aveva afflitto il pomario. Le mele acerbe si erano schiantate al suolo. E se fosse capitato anche a me?
Mi immaginavo nell’inconsolabile angoscia alla ricerca delle due gonadi sul pavimento, sotto il letto e fra le pieghe delle lenzuola decorate con le avventure dell’orso Paddington. Poi, non trovandole, mi sarei chiesto entro quanto tempo i miei genitori lo avrebbero scoperto, e che cosa se ne sarebbero fatti di un figlio senza palle.
Molti meli nel frutteto della zia Jane, erano stati abbattuti.
Assimilavo tutto tragicamente alla lettera quando ero bambino e i miei genitori, inconsapevoli, mi terrorizzavano con spaventose minacce. A sei anni non sapevo fare il fiocco alle stringhe delle scarpe.
Se mio padre mi sentiva domandare aiuto, commentava -“ Stai per partire a fare il militare e ancora non te le sai allacciare da solo.”-
Per quanto ne sapessi lui parlava seriamente. Suggestionato da crude sequenze belliche trasmesse dai telegiornali, ammutolivo depresso all’idea di dover raggiungere il fronte. Con un mitra sotto braccio, abbandonato in un inferno di esplosioni polverose e urla concitate, imploravo ai commilitoni – “Qualcuno mi allaccia gli anfibi?”-
E brandelli delle mie interiora saltate per aria sferzavano il viso dei militari trincerati che, terminato il conflitto, avrebbero consegnato a mia madre solo un paio di piedi mozzi infilati in due stivali. Slacciati.
“La caduta delle palle” era una delle questioni più serie, un incubo ricorrente che scongiuravo addormentandomi con la mano dentro le mutande, qualora si fossero svitati i testicoli.

Avere le palle . A life in a Fax  -Fax Mac Allister-Copyright ©
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L’artico cuore di Lene

La giovane Lene viveva nella fattoria più settentrionale del Reame di Danimarca, quelle Terre d’oltre mare ghiacciate lontano dal Palazzo della Regina, dove la neve cade abbondante e il vento ulula gelido. Lene faceva da guardiana alle oche. Era molto bella ma egoista, meschina, superba e arrivista. Disprezzava profondamente la sua umile condizione di contadina e maltrattava i pennuti indifesi capitati sotto la sua sorveglianza. Una mattina venne convocata per vendere un’oca al borgomastro, che abitava nella grande casa destinata ai governatori del villaggio. Era stata accolta all’uscio di servizio da Arnak, la sguattera inuit. Giunte nella cucina, l’animale, divincolatosi dalla presa, volò verso le stanze dei signori per planare sull’orologio a pendolo nel tinello. Una fragorosa agitazione si levò nella sala che mai aveva ospitato tale tumulto. Lene, Arnak e una masnada di domestici si affannavano in una caccia al pennuto, ruzzolando sui tappeti e sbattendo contro i mobili. L’oca fuggiva ai tentativi di cattura urtando le cornici e i drappi, riparando sulla poltrona di velluto, rovesciando il candelabro. Quella bolgia allarmò Jakob, il giovane figlio del borgomastro, accorso per scoprire cosa mai stesse accadendo. Quando finalmente Lene mise fine alla fuga acchiappando l’oca, il tinello pareva il campo di battaglia di una cruenta saga vichinga.

Arnak la sguattera, mortificata, supplicava il perdono del giovane Jakob affrettandosi solerte a rassettare il disordine causato. Ma Jakob non era affatto adirato, semmai molto divertito. Solo allora, quando fu ripristinato l’ordine, Lene aveva potuto scrutare la calorosa eleganza nel tinello dei signori, gli arredi, il bagliore del fuoco nel camino piastrellato e le decorazioni sulla tappezzeria alle pareti. Ricevuto il compenso, Lene percorse il sentiero di ritorno verso la sua fattoria pervasa da rancore, invidiosa dell’agiatezza altrui. Tornò altre volte nella casa del borgomastro per vendere le oche, ed ebbe l’occasione di scambiare qualche frugale saluto con Jakob, che si mostrava gentile con tutti, perfino con la servitù.

Lene reputava Jakob uno stolto, incapace di godere delle ricchezze e di imporsi autoritario ai sottoposti, come lei avrebbe fatto. Ma la debolezza di Jakob pensava potesse avvantaggiarla. Pur non amandolo sognava di sposarlo, abbandonare la stamberga di famiglia ed essere servita dai domestici. Per conquistare le attenzioni e le simpatie del ragazzo, in occasione di quelle brevi visite, indossava un fermaglio di costola d’orso, scherniva l’aspetto impolverato della sguattera Arnak, o la corpulenza di Grethe la cuoca.

Ma niente di nuovo accadeva, Jakob abbozzava un sorriso e la congedava cordiale. L’impazienza irrigidiva Lene, nella fattoria i genitori e gli animali subivano le sue intemperanze. Fu durante la  stagione del disgelo che avvenne un cambiamento.

I ghiacci si sciolsero, le praterie della tundra sbocciarono del roseo epilobio e di purpuree betulle nane. Con loro il timido Jakob si fece più loquace e luminoso. Lo si sentiva ridere e lo si ascoltava canticchiare dalla ordinata biblioteca dove trascorreva lunghe ore di studio. Certo, a Lene non sfuggì questo mutamento. Jakob si tratteneva più a lungo per parlarle, la interrogava sulle abitudini delle sue oche, oppure le indicava le vallate dove fioriva il cotone artico di cui erano ghiotte. Lei seguitava a considerarlo uno sciocco ma lo assecondava melliflua.

Poi, un giorno, in una vampata di imbarazzo che gli tingeva il viso di rosso, Jakob chiese a Lene -“Posso vedere la tua mano?”- La ragazza porse sicura la mano distendendo le dita.”-

Lui, al culmine del disagio pronunciò rapido -“Torna domani ma non portare le oche!”- E i primi fiocchi di neve annunciarono il termine di quella breve Estate nordica. Il mattino seguente, alla dimora del borgomastro, Lene venne frettolosamente condotta da uno stralunato messo balbuziente nello studio dove il padrone di casa siglava le più importanti decisioni.  L’orefice più stimato di tutta la Scandinavia, giunto appositamente dalle isole Fær Øer su un’ imponente nave di legno con gli eleganti cofanetti, la attendeva per una meticolosa misurazione del suo anulare. L’anello d’oro impreziosito da una gemma glaciale emanava una luce ipnotica. Lene contemplava  la sua mano in un sorriso altero diventato smorfia, come se i riflessi del gioiello ne rapissero i pensieri e li proiettassero della loro autenticità. Sarebbe diventata la moglie di Jakob che, per quanto insulso, aveva ceduto alla sua bellezza. -“Lele Lele Len Lene!…Rere res resss restititi re restititutuite l’ane l’anenee  l’anenenello!”- La voce del messo interruppe il trasognare. Lene esitò lanciando un’occhiata torva a quell’uomo scilinguato che, pensava, avrebbe fatto licenziare appena dopo le nozze, e consegnò la fede. Molte raccomandazioni furono fatte alla ragazza perché mantenesse segreto l’incontro con l’orefice delle Fær Øer. Nessuno doveva sospettare i progetti di un matrimonio prima del comunicato ufficiale. Lene obbedì, ma da quel momento la sua sgarbataggine verso gli umili e i deboli si fece indomita, talvolta spietata, in attesa di essere accolta nella famiglia del borgomastro. Un giorno, durante una fitta nevicata, mentre imprecava contro le oche nel recinto, fu sorpresa dalla visita del messo balbuziente –”Sa sa sa saaalve Le Le Le Lene, ssssss siete att att atte att attesa neee llllla c c casa del Bo Bo Bo Bo Boorgo go gogomastro. Il ss sss si ssignorino Ja Ja Jakob ha ss ss sta ssta stabilito la data de de delle no no no nozze e vi cc cc cc co convoca p p p per l’annu nu nu aanuncio che…”- Scossa da un impeto di forze, la giovane guardiana interruppe con una risata trionfale il messaggero impedendogli di proseguire. Finalmente la sua attesa era termina e i suoi desideri esauditi! Gettò sprezzante il mastello di becchime scostando per l’ultima volta gli odiati pennuti e abbandonò l’uomo ammutolito.

Entrò nella fattoria per sistemarsi i capelli e ripararsi con la mantella migliore. Sua madre preoccupata la interrogava  su cosa stesse accadendo, ma Lene, superba,  la ignorava. La donna la seguì agitata per un tratto lungo il sentiero domandandole perché avesse lasciato il recinto delle oche e gettato tutto il mangime. Finalmente Lene le concesse una risposta -“Il figlio del borgomastro mi chiede in sposa, non c’è più tempo per le oche.”-

Sua madre incredula di quella rivelazione si arrestò sulla neve -“Il figlio del borgomastro vuole te, Lene?”- Poi con semplice ovvietà le fece osservare -“Ma tuo padre non ne sa niente, non puoi sposarti senza il nostro consenso. Dobbiamo conoscere questo giovane.”-

Lene, sorridendole compassionevole -“Mamma, guarda il tuo grembiule rozzo. Desidererebbe Jakob sposarmi se mi presentassi nel suo salotto raccomandata da due bifolchi? Quale tappeto elegante vorrebbe essere imbrattato dai vostri calzari lordi di letame?”-

E voltandosi proseguì verso il villaggio. Sua madre si contorceva le mani, un’oca salita sulla staccionata garrì alla volta di Lene che scomparve come fagocitata dal turbinio della neve.

Durante il percorso la fanciulla incontrò alcuni compaesani, Olaf il pescatore di merluzzi, Hanna la sarta e Grímur il pastore, che come sempre le augurarono una buona giornata. Ma lei con un singulto altezzoso, distogliendo lo sguardo, negò loro il saluto considerandoli indegni. Davanti alla casa del borgomastro sostava una slitta lucente trainata da sei renne eleganti, bardate alle corna da soffici fiocchi di seta, impreziosite da campanelli dorati al collo e riscaldate da coperte ricamate.

Lene si immaginava scivolare su quella slitta signorile nel giorno delle sue nozze, bellissima, ingioiellata, applaudita e invidiata da tutti. Il fragore di un applauso provenne dalla magione, Lene bussò incuriosita.

Amara fu la sorpresa quando il portone della casa si schiuse svelando la realtà. Nell’elegante tinello, vicino al vivace fuoco del camino piastrellato, davanti a una platea di modesti compaesani, Jakob teneva per mano Arnak, la polverosa sguattera inuit. C’erano il falegname, la maestra, lo spazzaneve, la locandiera, tutti gli artigiani e le lavoratrici del villaggio. Lene, riconobbe fra i presenti  anche il messaggero che l’aveva convocata  poco prima. Disorientata, diede uno sguardo ai rozzi stivaletti che calzava Arnak sul pregiato tappeto nella sala. Una domestica porse alla guardiana d’oche una tazza di tè caldo. Si udì nuovamente bussare al portone ed entrarono anche Olaf il pescatore di merluzzi, Hanna la sarta e Grímur il pastore. Jakob prese quindi a parlare -“Ora che siete giunti posso ringraziarvi per aver accettato il nostro invito. Siete da sempre dei fidati collaboratori della mia famiglia, dei buoni amici e degli onesti lavoratori in questa comunità. Per questo siamo lieti di annunciarvi che io e Arnak presto ci sposeremo e vorremmo invitare tutti voi al convivio nuziale…Il giovane sostenne gentile la mano di Arnak, screpolata e segnata dalla fatica, e infilò l’anello lucente giunto dalle lontane isole Fær Øer. Un baccano di cocci infranti sul pavimento echeggiò nella sala. Lene aveva lasciato cadere la tazza da tè e livida in volto tremava stringendo i pugni -“No! Come puoi sposare lei? Arnak la sguattera! Ma guardala, i suoi capelli sono crespi, è coperta di polvere, i suoi stivali lordano il tuo tappeto ed è così insulsa!”-

Grethe, la cuoca, sussurrò incredula -“Lene! Come ti viene una simile crudeltà?”-

Ma Lene, sprezzante -“Taci, chiattona! Vi siete presi gioco di me. Mi avete solo usata!”- E indicando il messaggero -“Quello stupido uomo mi ha ingannata. Io vi maledico tutti!”- Poi volgendosi a Jakob e Arnak    -“Che voi siate maledetti, siano dannate le vostre nozze!”-  E posseduta dall’ira fuggì via abbandonando gli sposi e i loro ospiti turbati dalle imprecazioni. All’esterno della villa la giovane furia strappò i fiocchi di seta dalle corna delle renne. Avviandosi verso la fattoria calciava i cumuli di neve sul ciglio delle strade, urlava, batteva i pugni contro le staccionate e sferrava sassate contro le finestre delle case. Quando sua madre la vide comparire in quello stato pietoso, la interrogò burlandosene -“Per la Corona di Re Christian! Tu qui Lene. Dov’è il tuo sposo? Non vedo i paggi e le livree…”- E voltandole le spalle entrò dentro casa.

Un’oca, fuggita dalla recinzione garriva petulante contro la  guardiana. A Lene parve che perfino quel pennuto la schernisse. Afferrato il bastone con cui sovente batteva gli animali si avventò contro l’oca torcendole il collo bianco e iniziò a percuoterla di mazzate. Candide piume libravano verso il cielo plumbeo mentre la neve colorava di rosso. Lo stormo dentro lo steccato gemeva disperato in un coro impotente. Quando lo scempio fu compiuto e Lene si placò carponi, vide levarsi un turbinio di polvere gelata e il pennuto esangue tornare miracolosamente alla vita, per trasformarsi in una bellissima donna dai capelli fluttuanti e le vesti ghiaccio. Quella era in realtà una potente fata del Nord… Il seguito della favola è disponibile su Amazon 

“L’artico cuore di Lene” Fax Mac Allister – Copyright ©

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