AMORE AL MACELLO

BUTCHERED LOVE

AMORE AL MACELLO
di Fax Mac Allister

La prima volta non si scorda mai, purtroppo.
La mia prima volta con Liam, il pattinatore dai glutei stellati, la volevo dimenticare.
Per questo, matricola al college in Sudafrica, creai un profilo su una chat gay. La necessità di essere amati spinge a commettere delle scelte confuse. Dovevo essere davvero confuso per cercare l’amore in un sito che misurava le probabilità di trovarlo sui centimetri in dotazione.
L’amore passava poi da un questionario che chiedeva se fossi attivo, passivo, versatile nelle gang bang, all’aperto o da interni, disponibile al pissing, bukkake, fisting, quanto amassi masticare i capezzoli o pressare i miei con le pinze, farmi legare, appendere, impalare, sostare al crepuscolo nella piazzola dei tir davanti al fast food per camionisti di Edemburg, frustarmi i testicoli con un fascio di ortiche del Limpopo o con un rovo del Karoo…Decine di varianti per tracciare il profilo della vacca ideale, pronta a condividere le sue carni, PER AMORE. Sembrava che tutti gli utenti collegati cercassero il principe azzurro, ma in attesa di riconoscere lo strepito degli zoccoli del cavallo bianco non disdegnassero rovistare l’arsenale di qualche arciere di passaggio.
Aprii un profilo moderato e funzionò.
La parvenza del pudico ventenne da alfabetizzare all’eros suscitava una fila di pulsioni hardcore quanto quelle dichiarate platealmente. Districandomi nell’umida giungla di erezioni rigogliose giunsi al profilo di “ForEverHard”.
Una brillante strategia di emancipazione dal superficiale pattinatore tatuato.
Dietro al sempre duro nickname si celava Joshua, 35 anni da Sandton, azionista nel settore minerario, spesso in trasferta nel Free State, sicuro di sé, realizzato professionalmente, gli occhi azzurro algidi, una fantastica fossetta sul mento e quella voce virile dalle proprietà orgasmiche.
C’era qualcosa di nuovo nel gioco dei ruoli che si era creato fra me e Joshua. Lui esperto e fascinoso, io acerbo in fase di collaudo.
L’idea di frequentare un uomo più grande di quindici anni, sfidare la mia immaturità sessuale facendo di lui un mentore, mi poneva nel costante bilico tra il timore e l’eccitazione per il rischio.
Da neofita del sesso assumeva un’aurea trasgressiva anche quello che non lo era, ma riponevo in Joshua la fiducia nel farmi guidare dove prima avrei dubitato di giungere.
Fiducia che si stemperò alla sua richiesta di sesso senza preservativo. Declinai. Fu il primo “NO” e i turgori svigorirono. Avevo infranto il gioco di accondiscendenza, l’ombra di un mio rifiuto rendeva per lui meno eccitante il nostro rapporto. Affrontai la questione apertamente. Avrei accettato se entrambi ci fossimo sottoposti al test hiv e mi avesse garantito che escludeva amplessi con altre persone. Mi accusò di essere diffidente, si dichiarò deluso e tradito.
Mi chiedevo come un sudafricano potesse concepire la leggerezza meditata del sesso non protetto. Come poteva essere certo che io fossi a posto? Ero iscritto in un ateneo internazionale dove frequentavo il Drama Department e abitavo nel residence del campus, tutti i requisiti per una cittadinanza onoraria a Sodoma.
I dati sulla diffusione di Aids e Hiv nell’Africa australe raccontano uno sterminio silenzioso che si compie per effetto di una guerra senza deflagrazioni. Luther, il mio compagno di corso namibiano, confermava che il business delle pompe funebri aveva reso suo padre uno degli uomini più facoltosi di Mariental.
Il sagace patriarca aveva però seppellito due dei suoi figli sieropositivi. Nonostante l’hiv sia diffuso gli africani provano molta vergogna a parlarne. Nelson Mandela, sulle pagine del Sunday Times condivise la scomparsa del suo secondogenito “Lo dico pubblicamente, perché il virus non sia un tabù, mio figlio è morto di Aids”.
Il nostro maestro di danza contemporanea biasimava la molliccia campagna di prevenzione sessuale programmata dal College. Preferiva condurci la Domenica mattina nel reparto di malattie infettive dell’ospedale civile e imporci come aiutanti agli infermieri.
Un confronto pratico con le conseguenze delle scopate disinvolte.
Ma è anche una realtà che milioni di persone hiv+ in Sudafrica e nel mondo conducono vite longeve e prive di limitazioni.
Appena giunto nel luminoso Free State dal fosco Colinshire ero uno straniero diffidente tormentato dall’ombra dell’epidemia.
Dopo sette giorni le ombre diventarono persone, nomi, storie, amici, compagni di corso, vita.
Detestavo ammetterlo, ma per la faccenda del bareback con Joshua avevo bisogno della valutazione di uno scopatore seriale…LIAM, il pattinatore dai glutei stellati che mi aveva tradito con il barista del Romeo nei cessi del locale.

Sono le 8.10 del mattino. Liam è in ritardo. Seduto al dehor di una tavola calda boera fingo di memorizzare le battute di un monologo per conferire all’attesa un distacco disinteressato. La cameriera indossa un costume tradizionale afrikaner rabberciato.
È irritata perché occupo il tavolino senza ordinare, io quanto lei perché comincio a temere l’umiliazione di un bidone all’appuntamento.
Dal pergolato pendono i glicini che disperdono petali viola sul mio copione. Un polveroso pick-up con il cassone carico di pecore lamentose inchioda davanti al locale. Sgusciano dall’abitacolo due giovani farmer con fucile a tracolla seguiti da un cane.
Distraggono la cameriera con lusinghe ruvide che lei non disprezza. Ordinano frittata di funghi saltati, speck e birre.
Poi lo scorgo librare sui roller appena svoltata la collina dei girasoli. Plana sull’aria sfiorando il lastricato con il portamento di un atleta ellenico in slim shorts e canotta fluo. Mi odio perché lo penso, ma penso che non ricordassi quanto fosse bello.
Incurante della panoramica luminosa che sembra studiata da un team pubblicitario per celebrare il suo ingresso, Liam frena davanti al dehor. Ha colorato con striature smeraldo i capelli biondi.
Il cane lo circuisce con latrati rabbiosi. Gli allevatori lo richiamano severi ma fissano Liam sprezzanti.

Guardo il cane ringhiare mentre lui si accomoda -“È il comitato di accoglienza che ti meriti…”-

Sorride smagliante -“Sono in ritardo!”-

Io, nervoso -“Certo che lo sei, ti avevo scritto che ho lezione alle nove.”-

-“Scusa! Ma lasciami parlare prima che mi spieghi perché siamo qui, ho pensato a un discorso. Farei qualunque cosa per farmi perdonare Fax. Sono stato pessimo, tutte le bugie, il tradimento. So di aver fatto sanguinare il tuo cuore.”-

-“Beh mica solo quello, visto che ti sei preso la mia verginità!”-

I due farmer ci osservano dal loro tavolo.
Io mi schiarisco la gola e modero il tono della voce, ma continuo ad aggredire Liam -“E poi piantala di parlare come in una soap opera.”-

-“Volevo dare un tocco teatrale al discorso, pensavo ti facesse piacere.”

-“Non è teatrale, mi dà sui nervi! Sembri la caricatura di un episodio di Egoli.”-
Una tensione fastidiosa si concentra sulla mia epiglottide, respiro per combattere il reflusso di rancori e ammetto -“Però un tocco teatrale c’è …”- Gli mostro la coincidenza nel titolo del copione che sto memorizzando, “Il ragazzo dai capelli verdi” di Betsy Beaton.
 
Lui, divertito lisciandosi il ciuffo smeraldo con la mano -“Wow! Sono già diventato leggenda!”-

-“Sicuro, se i cessi del Romeo potessero parlare…”-

-“Comunque Fax sono contento del tuo messaggio, non pensavo di risentirti.”-

-“Neanche io, ma ho un secondo fine.”-

-“Spara!”-

-“Prima ordiniamo, rischio due ore di training a stomaco vuoto con quell’invasato di Kosta.”-

-“Quel tipo balcanico che vi addestra come militari?”-

-“Lui!”-

La cameriera ci porge caffè e waffel con i bricchi di sciroppo d’acero e cioccolata fusa. Dal tavolo dei farmer si leva un rutto, lei sghignazza complice.

Mentre annego il mio pasto sotto una colata iperglicemica dico a Liam -“Ho visto il tuo profilo sulla chat Gayza, scrivi che cerchi l’amore.”-

-“Beh, è la verità!”-

-“E come mai le pose della tua gallery sembrano la fase preparatoria di una colonscopia?”-

-“Per mostrare le stelle! Che senso ha tatuarsi il culo se nessuno può vederlo?”-

-“Sei una vittima dell’altruismo. Ma non temere, in quelle foto si vedono le stelle, i pianeti  e un buco nero.”-

-“Cosa avrei dovuto fare? Non hai più voluto saperne di me.”-

-“Devi prestarmi il tuo culo Liam, ecco cosa devi fare!”-

-“Non credevo lo volessi ancora!”-

-“Non voglio scopare con te, idiota!” (Mentivo, volevo eccome). “Devi contattare un tipo che frequento dal tuo profilo Gayza, per capire che intenzioni abbia.”-

-“Sei fuori? Scordatelo!”-

-“Oh, ma dai! Hai detto che faresti qualunque cosa per farti perdonare. Mi trovo in una situazione spiacevole e in parte sei responsabile.”-

-“Io?”-

-“Dovevo dimenticarti e forse nella fretta sono riuscito a trovare un soggetto peggiore di te.”-

-“Ti tradisce?”-

-“No! Non lo so. Mi ha proposto sesso condom free.”-

-“Non lo hai fatto?”-

-No. Gli ho chiesto il test hiv e si è offeso.”-

-“È un idiota!”-

-“Capisci perché ho bisogno di te?”-

-“Ma non puoi aprire un profilo fake con la foto di un concorrente del Big Brother svedese come fanno tutti?”-

-“Io non rubo le foto di uno svedese, e poi nessun reality ha mostrato il culo come fai tu in quella gallery.”-

-“Mi descrivi come una puttana senza morale!”-

-“Liam, non costringermi a essere amaro…Da quando hai le stelle sul didietro ricevi più visite del planetarium di Naval. Provocalo un po’ online e fai qualche domanda su di lui, i tuoi amici del Romeo sono un comitato di comari del gossip.”-

I due allevatori si dirigono al pick up seguiti dal cane, uno di loro sputa per terra nella nostra traiettoria, l’altro mugugna -“moffie.”- (frocio in afrikaans).
Liam ha le labbra lucide di sciroppo, le ripulisce con un giro di lingua, mi diventa duro.
Accetta la missione -“Va bene, ti aggiorno fra una settimana.”-

-“Ti dò quattro giorni. Devo rivederlo nel week end!”-

Aspetto che passi l’erezione, mollo conto, mancia e fuggo via verso il campus. Kosta mi farà vomitare il waffel di corsa a salti e piegamenti in serie da 20, secondo uno schema di allenamento che chiama “suicidio”.

Quello che succede quando Liam Van Heerden è online su Gayza è la metafora di ciò che era accaduto giorni prima nel vicino Zimbabwe, teatro di un tracollo economico-finanziario epocale.
Nel Paese, definito fino al 2000 “Granaio d’Africa” o “Svizzera del Sud”, un camion carico di bestiame si ribalta per una manovra distratta.
Un gruppo di affamati spettatori sulla strada assalta le vacche e le scuoia vive a pugni e mazzate contendendosi le carni macellate a mani nude. Uno scenario splatter degno di un b-movie, di una tragedia greca o di una chat per incontri fra allupati.
Nella tragica, metaforica calca di affamati di carne di vacca, si identifica un conoscente…

Lo attendo in pausa pranzo sul prato della facoltà di discipline sportive. I rugbisti del college si allenano al sole regalandomi una panoramica notevole. Liam arriva a piedi reggendo i roller con le mani.
Si siede sull’erba e accenna un sorriso vacuo.

Io sospiro intuitivo -“Lo sapevo…spara.”-

-“Avevi ragione, sei riuscito a trovare un soggetto peggiore di me.”-

-“Quanto peggiore?”-

-“Si chiama Isak, non Joshua. Ha 42 anni. Non è di Sandton, vive a Kymberly con sua moglie, hanno una figlia di dieci anni. Si sbatte un biondino minorenne che va al liceo di Fichardt Park. Tira coca e non è nuovo al bareback. L’unica cosa vera è il suo lavoro, i diamanti.”-

-“Però! Quanto chiacchierate al Romeo…”-

-“Mi dispiace Fax.”-

-“Mi ha detto ti amo al secondo appuntamento, dovevo immaginarlo.”-

-“Già, non credere mai alle parole di un maschio sulla soglia
dell’ orgasmo. Io Sabato ho ansimato una proposta di matrimonio al fattorino della pizzeria.”-

-“E non lo sposerai?”-

-“Per ora no, si è arrabbiato.”-

-“Perché?”-

-“Credo c’entri il fatto che Lunedì ho scopato il tipo che dà i volantini per la promozione quattro formaggi.”-

Scuoto il capo. Liam incalza -“Fottitene Fax, fatti un giro su uno di quei rugbisti. Ti presento io qualcuno.”-

-“Si fa un biondino del liceo? E vuole convincermi a cavalcarmi a pelo!”-

-“Se vuoi lo faccio pestare. Conosco un ex carcerato sempre pronto ad aiutarmi…”-

-“Sei dolce, però no, devo affrontarlo io.”-

Stavo da schifo, una latta di carne in gelatina, così mi sentivo. Uno scarto di macello in lattina sottoprezzo esposto sugli scaffali di un discount, mentre un accattivante fast food offre hamburger, patatine dorate e gadget. Mi tormentavo immaginando Joshua (ora Isak) scoparsi quell’adolescente, odiandomi per non essere biondo e per essere tutto quello che ero. La richiesta del sesso non protetto poi, accompagnata da un’infilata di stronzate sul completamento di un sentimento mai provato prima, che avrebbe consolidato il nostro rapporto da un vincolo di complicità…
Izak ignorava fosse caduta la maschera di Joshua, ma ignorava soprattutto quanto pericoloso e vendicativo fosse un ventenne umiliato che indossa la maschera dell’ingenuo, rassicurante, bravo ragazzo.

“Una serata memorabile”, questo gli avevo promesso.
Dall’anta dell’armadio nel dormitorio lo specchio mi riflette sobrio ed elegante.
Prelevo i due biglietti dalla cassettiera alla testa del letto.
Li custodisco separati, uno nella tasca destra dei pantaloni, l’altro nella sinistra. Quei cartoncini riveleranno “qualcosa” nel memorabile appuntamento.
Ho scelto io il ristorante esclusivo in Brand Street, dove, casualmente (?) quella sera si riuniscono le Dame Boere della Carità Afrikaner, una congrega di borghesi razziste che alterna l’hobby della filantropia alle kermesse stagionali.
Joshua mi preleva con il suo coupé fuori dal campus.
Commenta quanto i pantaloni mi disegnino bene il culo.
Mentre guida preme la mia mano sul suo pacco per farmi sentire quanto sia duro all’idea di scoparmi dopo cena (finalmente senza guaine di lattice). Dice che sarà come una nuova prima volta, liberi, pelle contro pelle. Schiocca le dita sul ritmo della musica pop in un patetico eccesso di giovanilismo ostentato.
È sensuale, spavaldo, di ottimo umore, solo mi domanda perché abbia scelto un locale così pretenzioso. Imbocchiamo il viale alberato di Brand Street.
Mi imbarazza quando nel parcheggio lancia le chiavi dell’auto al posteggiatore armato di mitra -“Ti affido la bambina!”-
Il parcheggiatore in divisa non può saperlo, ma dentro di me gli prometto -“Tranquillo, lo distruggo prima del dessert.”-

Il ristorante è un edificio nederlandese di fine 1800, con soffitti alti dai pannelli dipinti e pavimentazione in legno, un ampio camino in arenaria e un proverbiale utilizzo delle luci soffuse. Alle pareti, sequenze di dipinti del Great Trek e scene di vita nell’ Oranje Vrijstaat. Un presidio della resistenza segregazionista che non si è arresa alle trasformazioni occorse al di là delle siepi potate chirurgicamente. Gli unici “non bianchi” presenti sono dei subalterni relegati alle mansioni meno esposte. Il pianista suona qualche inno, probabilmente tratto dal repertorio della Banda nazionalsocialista.
Joshua si incupisce un poco quando il maître ci conduce al tavolo centrale nella sala.
A pochi metri da noi la moglie del sindaco, adorna di una parure sufficiente a sanare il debito pubblico del Malawi, pronuncia un’arringa al convivio delle Dame Boere della Carità Afrikaner.

Ci accomodiamo. Lui, scruta la sala diffidente -“Avrei preferito un posto più intimo…”-

Io, ingenuo -“Non ti piace?”-

-“Certo, è carino, ma è lo stile formale che frequento per i meeting di lavoro.”-

-“Scusa, non lo sapevo…”-

-“Quante cose devo insegnarti.”-

Io, malizioso -“Che ne sai? Magari stasera scopri che ho imparato qualcosa di nuovo…e che so fartelo bene.”-

Geme sommesso -“Mmmh, non fare così o ti porto via subito…Ti va? Saltiamo la cena!”-

-“Scordatelo! Sulla carta dei dolci c’è il pudding alla malva e lo voglio!”-

Gioca sui doppi sensi tra il dolce e le farciture che mi offrirebbe al posto del pudding. Nuovi avventori occupano i tavoli circostanti. Controlla il tono della voce sussurrando.
Gli sferro il primo colpo quando il sommelier versa l’assaggio dello Château d’Yquem.
Mentre lui sorseggia il vino io incalzo -“Allora, IZAK, com’è?”-

Esplode un colpo di tosse nervoso, nebulizza il vino dalle narici e si tampona con il tovagliolo.
 
Il sommelier, preoccupato -“Qualcosa non va signore?”-

Lui si ricompone e lo congeda.

-“Perché mi hai chiamato così?”-

Io, candido -“Così come? Ti ho chiamato col tuo nome…”-
E tracanno il primo calice.

Sembra sospettoso. Dissipo i suoi dubbi avviando una vivace conversazione di aneddoti sulla vita al college, lui parla della frenesia di Johannesburg e delle ingerenze capitaliste di un magnate cinese nel settore minerario locale. Monopolizzo la bottiglia da cui attingo generose porzioni. Prima di assaggiare l’agnello glassato allo zenzero la mia lingua è sufficientemente sciolta da schioccare le sferzate -“Quell’industriale pechinese dovrebbe sapere che non si può prendere tutto senza riguardi. Digli che se trovasse il cadavere di una balena nel Colinshire, sarebbe obbligato a consegnare la testa e la coda ai Sovrani di Buckingham.”-

-“Ah, ah, sul serio?”-

-“Certo! Spesso ignoriamo la legge senza saperlo. Ci pensi mai?
È importante conoscere le consuetudini del posto in cui vivi. Per esempio, tu sapevi che in Kenya è vietato fumare tabacco per le strade?”-

-“No, non lo sapevo.”-

-“Ecco, vedi? E magari non sai che l’età minima per un rapporto sessuale in Sudafrica è 16 anni per gli etero mentre 19 per i gay. Non si capisce perché i gay debbano pensarci tre anni più degli etero prima di darlo via! Ma è questa è la legge.”-

-“Perché parliamo di questo?”-

Io, pacato -“Perché forse ti sei distratto, forse non sai che scoparsi un quindicenne in questo Paese è un reato!”-

Lui, gelido -“Ma cosa dici?”-

Dimentico di sussurrare -“Dico che tu, fottuto bastardo, vuoi montarmi senza sella quando raccatti chiunque in chat e fuori dai licei!”-

-“Cristo di un Dio, vuoi abbassare la voce? Ti sentono!”-

-“E allora? Tu sei un protagonista dominante, però ti dò una notizia, a volte i ruoli secondari ti sorprendono e ti fottono la scena! Nelle tasche dei miei pantaloni ci sono due biglietti, in uno c’è il numero di tua moglie a Kimberly, nell’altro quello della famiglia del biondino che ti sbatti. Chi chiamerò prima?”-

Isak si alza dalla sedia  -“Tu hai dei problemi!”-

-“Forse, ma i tuoi Isak Malan di Kimberly, sono molto più grossi!
I miei voti in impostazione della voce sono ottimi questo mese, se provi a fare un passo urlo alla sala che sei un pedofilo e faccio chiamare la polizia. Siediti.”-

Alcune adamantine signore della carità ci osservano.

Isak si mette seduto -“Fax ti prego, abbassa la voce…”-
 
Il maître ci raggiunge -“È tutto a posto signori?”-

Io -“Sì, bene! A parte lui che mi tradisce con uno studente molto giovane…Ci porta un’altra bottiglia per favore?”-

Il maître si dilegua sgomento.

Isak allenta il nodo della cravatta -“Va bene, cosa vuoi?”-

Scuoto il capo -“Isak, Isak, Isak, non puoi comprare tutto con la carta business. Beh, a parte questa cena…il vino costa quanto un semestre al college.”-

-“Allora che intenzioni hai?”-

-“Ahh, non mettermi fretta! Ti ho promesso una serata memorabile. La avrai. Mangia il coniglio affumicato e asciugati il sudore dalla fronte. Un po’ di eleganza.”-  

Mi servo un altro calice di bianco e infierisco -” Quindi tua figlia ha 10 anni? Che gioia essere padre! Però crescono così in fretta. La cartella, la merenda… Poi ti distrai, cinque anni volano e all’uscita di scuola al tuo posto la carica un tipo con un’auto sportiva cromata, e quella frega di brutto quando sei al liceo. Lei magari nell’astuccio delle matite conserva un profilattico, ma quel figo col pistone biturbo le promette l’amore oltre il lattice, e te la carica senza sella sul cofano in un parcheggio o, se fortunata, in una camera d’albergo. Adesso tu mi racconti sinceramente chi sei e perché volevi scoparmi senza preservativo come un untore mitomane. So una quantità di cose su di te, ancora un’altra bugia e ti prometto che la prossima festa del papà la celebri con i tuoi compagni di cella a Grootvlei.”-

E Isak, parla. Svaniscono le proprietà orgasmiche della sua voce nelle parole farfugliate, il mento con la fossetta trema, niente più sicumera. Emerge il vuoto di un quarantenne incapace al confronto maturo, ammorbato da un contesto socio famigliare ultra conservatore e capitalista. Mette compassione un uomo adulto che implora un ventenne di non distruggergli la vita, come se non fosse già a pezzi, con una moglie parcheggiata fra le cristallerie esibita nelle ricorrenze ufficiali.

Nel parcheggio del ristorante il sorvegliante armato guarda impassibile con un grugno verso l’orizzonte. Prima di salire sul taxi che ho chiamato per tornare indietro Isak mi domanda -“Cosa hai deciso di fare?”-

-“Non lo so, sono ubriaco e arrabbiato, è meglio non decida stasera. Tu comportati bene. E se ancora vai a letto con tua moglie, infilati un cazzo di preservativo in trasferta.”-

Monto sul taxi. Abbasso il cristallo scorrevole del finestrino -“Ah, un’altra cosa, mentire sull’età per ringiovanire è roba da…come le chiami tu? Vere checche…Addio, JOSHUA.”-
L’imperturbabile grugno del sorvegliante cede a un ghigno.
Sprofondato nel sedile posteriore dell’auto decomprimo la tensione, i nostalgici edifici coloniali di Brand Street scorrono fuori, l’aggressività lascia posto a una solitudine malinconica.
Estraggo i due biglietti dalle tasche dei pantaloni, sono completamente bianchi, nessun numero annotato.
Conosco molte meno informazioni di quante ne abbia millantate per spaventarlo.
Ciondolo dentro il campus, le rose emanano un profumo intenso dall’aiuola che disegna l’emblema dell’Ateneo. Gruppi di studenti sostano tranquilli sul prato alla luce dei lampioni. Il cielo terso vibra tempestato di astri come un abito di Cher al Superbowl.
Osservo quel luccichio confortato dalla distanza che mi separa dal Colinshire, dove le stelle non si vedevano. Che uomo sarei diventato se fossi intrappolato ancora in quella nebbia disperante? Forse anch’io commetterei torbide nefandezze e mentirei a tutti in una vita accettabilmente esponibile.
Nelle vene e nei reni mi scorrono 10.000 rand di vino pregiato.
Sono sufficientemente ebbro da rischiare un pugno in faccia.
Supero di un piano il mio alloggio nel dormitorio e busso a una porta.
Enoch, l’erculeo studente nigeriano, apre a torso nudo in pantaloncini bianchi. Una cafona croce metallica gli pende dal collo fra i pettorali gonfi. Dallo stereo della camera un rapper minaccia di ardere vivo qualcuno.
Lo anticipo prima che possa chiedermi cosa voglia -“Mentimi Enoch, tanto sono sbronzo. Prometti che se diventi gay sono il primo che ti farai.”-

Lui, con ovvietà -“Sicuro! Se divento frocio tu sei mio.”-

Scoppio a ridere per la prontezza della sua reazione -“Grazie! Buonanotte.”-

Faccio per allontanarmi ondeggiando lungo il corridoio e lui -“Brutta serata, Fax?”-

Barcollante annuisco -“Brutta…”-

-“Stai lì, mi vesto, ci facciamo una birra.”-

Voglio sboccare all’idea di bere ancora, ma non avendo toccato cibo durante quella cena di livore, delle patatine a effetto spugna non guasterebbero.
La destinazione è un pub untissimo gestito da un mozambicano fegatoso, con la segatura al posto della pavimentazione nei cessi.
Io, disinibito dal tasso etilico, mi sfogo davanti a birre e braai di pollo con un nigeriano etero, palestrato, irascibile e pentecostale.

Lui, brusco -“Ma ti lamenti pure? Magari le ragazze facessero così! Frigni perché il tipo scopa un po’ di manzi in giro. E allora? Scopateli anche tu, anzi, scopateveli insieme!”-

-“Dì un po’, hai praticato pattinaggio ultimamente? E se io fossi innamorato di lui?”-

-“L’amore? Hai vent’anni, è pieno di finocchi questo mondo, infilalo un po’ in giro e sii felice…”-

Il mozambicano dietro al bancone inarca le sopracciglia.

Enoch addenta nervoso una coscia di pollo -“Cristo, non posso credere di essere qui a incoraggiare un maschio bianco al sesso gay.”-

Io biascico commosso -“Sono così orgoglioso di te, Enoch.”-

-“Però devo ammetterlo, se prima di conoscerti avessi saputo in che squadra giochi, non saremmo mai diventati amici. Ora non mi importa tanto, sei a posto anche se strano.”-

-“Visto che sono ubriaco e domani mi scorderò tutto, posso toccarti i bicipiti?”-

-“Visto che non sono ubriaco e ti scorderai tutto posso gonfiarti la faccia a manate.”-

-“Mhh, adoro questo tono!”-

-“Non scherzo Fax, ti gonfio.”-

Quella Domenica mattina inforcai la bici per Harvey Road. Composi con un pennarello indelebile, nei bagni maschili della stazione ferroviaria, un annuncio eloquente con il numero dell’ufficio a cui rispondeva la segretaria di Isak. Un turno volontario all’ospedale civile e di nuovo a pedalate verso il campus. In sosta al semaforo mi affianca un camion con rimorchio carico di vacche. Osservo i loro sguardi acquosi e le saluto -“Lo so ragazze, la vita è un macello, ci vediamo in chat.”-
E via, verso il prossimo login d’amore su Gayza.

“AMORE AL MACELLO” tratto da “A life in a Fax” di Fax Mac Allister

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Un tè con la nonna (corretto al coming out) di Fax Mac Allister

In cinque anni non ho mai utilizzato i bagni del liceo per evitare di farmi una bevuta con la testa dentro il cesso, ed eccomi incollato al vetro del distributore di merendine con una mano che preme sul collo e un anfibio piantato nel culo…

Luglio 2002. Volo di linea South African Airways Johannesburg- London. Approfitto di una breve vacanza universitaria per tornare a casa. Ne farei a meno, ma i tempi sono maturi per compiere L’OPERAZIONE COMING OUT con il primo membro della famiglia…mia nonna Laura. Gli assistenti di volo hanno terminato di mimare le procedure di sicurezza. Da quando ho preso posto il bambino dal sedile posteriore sferra dei calci, piagnucola e chiede ai genitori -“Quando arriviamo? Quando arriviamo?”-
Suo padre lo ignora, legge una rivista maschile tutta testosterone dove carpire i segreti per durare più a lungo, trovare il punto G e sgonfiare le borse sotto gli occhi.
Sua madre lo rassicura -“Subito tesoro, arriviamo subito…”-
Ma come subito? Ancora non abbiamo decollato! Lui molla calci, si dimena e aumenta l’intensità dei gemiti. Lancio uno sguardo supplichevole a una hostess mentre il mio schienale rimbalza ai tonfi. Lei percepisce l’irritazione diffusa fra i passeggeri e porge un bicchiere d’acqua alla madre perché ne anneghi i lamenti. La donna fa per appendergli il bicchiere alle labbra, il bambino si divincola rovesciandosi l’acqua addosso e i pianti diventano fradici ultrasuoni da un centro di torture nord coreano. La signora seduta di fianco a me, una donna sulla sessantina in un tailleur rosa pallido da bomboniera sbiadita, fa cenno alla hostess di avvicinarsi e sottovoce le chiede

-“Sa se il bambino è malato o handicappato? Perché in questo caso nessuno più si lamenterà…”-
La hostess sussurra-“No signora, è solo un rompipalle.”-
La bomboniera aumenta drasticamente il tono vocale intimando -“Giuro su Dio che mi rimborsate il biglietto!”-
Alle nostre spalle, mentre l’aereo si posiziona sulla pista, QUEL -“Quando arriviamo? Quando arriviamo?”- “Subito campione, subito!”-
Imbrigliato dalla cintura di sicurezza allacciata mi volto e attraverso lo spazio dei poggiatesta mi rivolgo nervoso alla madre -“Perché fa così?”-
Lei, oltraggiata dalla mia invadenza -“Perché è un bambino!”-
-“No, perché LEI fa così? Perché gli dice che arriveremo tra poco?”-
-“Perché è un bambino! Cosa dovrei fare?”-
-“Dirgli la verità per esempio e dirgli che è un bambino che disturba!”-
Lei, rivolta a suo marito – “Ma che problemi ha questo?”-
Lui fa spallucce mentre continua a leggere la rivista testosteronica. Mi volto sconfortato, indeciso se urlare anch’io -“QUANDO ARRIVIAMO? QUANDO ARRIVIAMOOOO?”
I passeggeri mormorano, qualcuno sostiene non sia troppo tardi per farli scendere. Con la coda dell’occhio vedo la madre del bambino trafficare dentro una borsa da cui estrae un biberon. Verrà sedato? Niente, lui si contorce e piange in un sibilo che perfora il cranio. Digrigno i denti, stringo il bracciolo della poltrona, la passeggera di fianco ci tamburella nervosamente le dita. La hostess tenta un effetto placebo porgendo al bambino uno snack confezionato. Il padre adotta la strategia dell’invisibile come un’entità estranea al nucleo, forse ancora una pagina e il punto G sarà localizzato.
La madre declina spaesata -“No no, grazie! Abbiamo le nostre merendine.”- Il bambino si irrigidisce all’intervento dell’estranea, tre secondi di quiete e riparte aumentando l’intensità dei lamenti.
La hostess inarca le sopracciglia verso di me -“Ci ho provato…”-
Io porto le dita delle mani su entrambe le tempie e scuoto lievemente il capo -“Non mi faccia questo, 11 ore di tortura ad alta quota, NO!”-
Lei mortificata mi porge lo snack rifiutato da quel nano posseduto -“Tenga, se lo merita…”-
Io -“Grazie, ma non potrei sedermi altrove?”-
-“Mi dispiace, il volo è pieno.”-
Annuisco depresso. Osservo lo snack che mi ha appena donato. La vista del marchio dolciario scritto in un morbido corsivo riportato sull’involucro viola mi risucchia in un flashback di quattro anni prima nel Colinshire. Il mio naso, la faccia, sono compressi contro il vetro del distributore di bibite e cibi confezionati nell’atrio del liceo dove studio. Una scarpa pesante spinge contro il buco del mio culo. A tenermi immobilizzato sono tre coetanei che ciondolano nella stessa scuola e che da quando vi ho fatto ingresso mi apostrofano con un forbito elenco di titoli. Uno di loro si chiama Mimmo, ha origini italiane. Berenice Olivetti, l’insegnante di lingua italiana, come in un perenne derby idiomatico giocato fuori sede, ribadiva quanto l’italiano fosse superiore all’inglese per ricchezza di sinonimi. Aveva ragione. Mimmo padroneggiava quel patrimonio lessicale con disinvoltura. “Frocio, rotto in culo, succhia cazzi, pederasta, invertito, ciucciasborra, checca, pompinaro” erano solo alcuni dei sinonimi che attingeva dalla lingua di Dante per definirmi. Non mi aggiravo da solo per i corridoi della scuola, sapendo che avrei potuto incontrare lui o la sua camarilla. In cinque anni di liceo non ho mai utilizzato i bagni per evitare di farmi una bevuta con la testa dentro il cesso o leccare le sgommate di merda. Quel giorno commetto un’imprudenza e abbandono la classe per acquistare la merenda. Eccomi incollato al vetro del distributore di vettovaglie con una mano che preme sul collo e un anfibio piantato nel culo. Non distinguo nitidamente la scelta dei versi che Mimmo e gli altri due mi stanno declamando, è un magma di concitazione fosca, lo sputo che mi raggiunge, gli schiaffi sulla testa, l’alito esalato dentro le orecchie, le pulsazioni violente sulle tempie, il sudore che mi gronda dalla fronte aleggiano come in un altrove…Non sta capitando a me, non può succedere davvero. Tutto quello su cui mi concentro compresso contro il vetro è il marchio dello snack sullo scomparto numero 14 del distributore, lo stesso che tengo fra le mani sull’aereo.
Come allora, qualcuno mi prende a calci sorprendendomi alle spalle.
Decollo sopra una Johannesburg soleggiata. File di veicoli costipati lungo ampie autostrade rimpiccioliscono con le piscine nei giardini delle ville, colonne di fumo si sollevano da montagne di rifiuti, i grattacieli dei mall luccicano come i tetti di lamiera negli slam. Ogni bambino subisce il fascino dello spiccare il volo sopra cose e persone che si allontanano, il figlio di quei due NO. Cerco di concentrami sul logo dolciario morbidamente autografato ma non riesco più a isolare i molestatori come un tempo. Stringo nervosamente lo snack nella mano, l’aria contenuta nell’involucro scaturisce in una piccola deflagrazione.
Ancora un “Quando arriviamo, quando arriviamo?” E ancora un “Dai, subito amore, subito.”-
Slaccio la cintura di sicurezza, mi volto piantando le ginocchia sul sedile e invado lo spazio retrostante rivolgendomi direttamente a lui fissandolo negli occhi. Ha circa cinque anni.
Ignoro i suoi inutili genitori -“Ascoltami bene, tua madre ti ha detto una bugia. Non arriveremo fra poco. Ci vogliono 11 ore di viaggio. 11 ore sono tanto tempo e io ho tanto bisogno di stare calmo.”-
Lui mi osserva istupidito dimenticando di chiudere la bocca.
Incalzo -“Sto andando a casa, devo dire a mia nonna che sono fidanzato con un maschio, ma mia nonna forse si arrabbia e allora io non ce l’avrò più una casa, e a Natale, pensa a Natale, tu riceverai un sacco di regali bellissimi ne sono sicuro, mentre io sarò da solo in una strada senza le scarpe o rinchiuso in un brutto ospedale ungherese dove NON ci si fidanza con un maschio.”-
Sua madre inorridita -“Ma cosa…?”-
Io- “Solo un attimo signora.”- Poi, nuovamente rivolto a lui
-“Me lo fai tu ora un regalo di Natale in anticipo? Puoi stare buono, senza calci, senza urla, così io penso alle parole giuste per non fare arrabbiare mia nonna? Pensa al Natale…Puoi?”-
Lui ancora con la bocca aperta e gli occhi sbarrati annuisce. Io, riconoscente -“Grazie!”-
Mi accomodo e allaccio la cintura di sicurezza ignorando chiunque, poi sento il bambino -“Mamma, ma quand’è Natale?”-
Lei- “Tra poco tesoro, tra poco…”-
La turbolenza sembra placata. La hostess mi fa un occhiolino e si accomoda. La bomboniera di fianco – “Grazie a lei, e buona fortuna con sua nonna…”-
È giunto il tempo per gustare il mio dolcetto dallo scomparto 14 oltre il vetro.
Castello di Gardar nel Colinshire. Immobile nell’androne osservo dalla base della scalinata la porta sulla cima. All’estremità della rampa, segmento di congiunzione con il nostro alloggio, l’appartamento di mia nonna. Laura Mac Allister, custode del castello, visceralmente fedele alla Corona Britannica, radicalmente protestante anticattolica. Sulla parete sinistra Enrico VIII mi osserva imbolsito dentro la cornice, l’orologio olandese a pendolo batterà dalla parete destra cinque rintocchi entro tre minuti. Allo scoccare delle ore, sulle note della melodia Westminster, il meccanismo metallico anima un omino che regge sulle spalle il globo terrestre. Da quando sono nato, se un fardello appesantisce il mio spirito, quello è il segnale per salire la scalinata e destinarlo a una collocazione di alleggerimento. Si sono arrampicate negli anni lungo quella rampa le mie crisi famigliari, scolastiche, sociali, esistenziali e religiose. Mai prima di adesso interrogazioni sentimentali o sessuali. Laura Mac Allister faceva dell’autocontrollo il suo motivo dominante, menzionava degli aneddoti millenari provenienti dalla Royal Family adatti a ogni occasione, monito per una condotta irreprensibile. Esiste un aneddoto per me sull’amore fra maschi dal Casato di San Giacomo? Mi decido a salire, il palmo della mano sudata lascia un alone umido sul corrimano. I passi riverberano grevi nel vestibolo. Una voce improvvisa mi fulmina alle spalle
-E tu dove stai andando SIGNORINA?”-
Io, sopraffatto dalla colpevolezza mi volto -“Mamma! Chi te lo ha dett…”-
Mia madre mi guarda dubbiosa, poi vedo una vaporosa coda di pelo infeltrito ai miei piedi e capisco che si sta rivolgendo a Bleach, la gatta che mi ha seguito sulle scale.
Io- Ah, lei!”- Sollevo la gatta e gliela consegno -“Eh sì…tu non puoi venire qui…SIGNORINA.”-
Mia madre -“Vai dalla nonna?”-
-“Per un tè.”-
-“In jeans? Non sei troppo sportivo?”-
-“No, è una cosa informale…”-
-“Tua nonna non è mai informale.”-
Si ritira con la gatta in braccio chiudendo la porta del nostro quartierino. Mi accascio sulla balaustra facendo il possibile per non cedere a un infarto, asciugo la fronte madida con la manica. SIGNORINA! Non posso andare avanti così.
È Bessy ad accogliermi e condurmi nel drawing room. Donna di mezza età, governante, dama di compagnia, cuoca, cameriera, sarta, parafulmine, amica della nonna. Bessy, suo malgrado, è il retaggio della cultura aristocratica pedestre del Colinshire, afflitta da complesso di emarginazione, sostenuta da chi non si è arreso all’idea di abitare l’estrema periferia del Regno; ancorata a protocolli e rituali tediosi dimenticata dallo stesso Regno.
Mentre dispone su un piccolo desco il servizio da tè, i vassoi con un pasticcio di carne, del pane imburrato e delle uova, mi rassicura -“Lady Mac Allister è nel suo studio, la raggiunge subito, si accomodi intanto.”-
-“Grazie Bessy.”-
-“La Rhodesia le giova signorino Mac Allister, ha un ottimo aspetto!”-
-“Questo fa bene all’autostima ma comincio a perdere i capelli, comunque abito in Sudafrica!”-
-“Ma sì, una di quelle porzioni dell’Impero…”-
Evito di puntualizzare che il Sudafrica si è affrancato dal dominio coloniale da qualche decennio e che la Rhodesia oggi sarebbe lo Zimbabwe.
La stanza è pervasa da un profumo di agrumi, dalla finestra aperta del bovindo una corrente fresca oscilla vigorosamente la tenda drappeggiata. Mi chino davanti al camino decorato, ogni piastrella raffigura una sequenza dalle Due Guerre di Copenaghen per celebrare la duplice vittoria della Royal Navy.
-“A quando l’ormeggio?”- La voce di mia nonna mi distrae dalle reminiscenze piastrellate.
Veste un abito turchese plissettato su cui è appuntato l’emblema della Fondazione Dickens, il geranio rosso. La sua ritta alterigia è ingentilita dall’azzurro degli occhi malinconici e dall’abitudine al sorriso. Bessy assicura con dei nastri di velluto le estremità delle tende, gonfie come le vele di un piroscafo.
Saluto la nonna con un bacio. Ci accomodiamo sulle poltrone davanti al deschetto imbandito.
Azzardo un’iniziativa -“Lasci fare a noi Bessy, ce la caveremo.”-
La nonna intuisce che preferisco rimanere solo con lei e la congeda. Maneggiando la teiera mi dice -“Perdonami per l’attesa, una telefonata imprevista di Dorothea Wingfield…”-
Io -“Dorothea Wingfield è ancora viva?”-
-“Attento! Dorothea Wingfield è più giovane di me… Ora puoi farmi il tuo complimento.”-
-“Complimento?”-
-“Perché dimostro meno anni di lei.”-
Io, ruffianissimo -“L’ho sempre pensato!”-
Lei fingendosi lusingata -“Lo so! Dicevo, Dorothea è tutta fremiti e sghignazzi perché sua figlia convola a nozze con un conte danese. Mi ha rammentato che custododisco un castello, ma sua figlia abiterà in una magione di proprietà. Peccato che Bernetta Kennedy mi abbia confidato…”-
Io esclamo interrompendola-“Bernetta Kennedy…”-
Lei irritata- “Sììì, Bernetta è ancora viva!”-
-“Ma no, volevo dire, Bernetta Kennedy ha ancora quell’alito che stende i cervi?”-
-“Non essere irriverente! A ogni modo sì, povera Bernetta, il suo fiato è pestilenziale, e dire che spende una fortuna per quelle miscele eupeptiche indiane. Comunque Bernetta mi ha confidato che lo sposo è un signore sulla sessantina e che a giudicare dalla circonferenza del suo addome apprezza i biscotti al burro locali. Il titolo acquisito dalla figlia di Dorothea Wingfield è quello di contessa del West Grønland.”-
-“Che cosa affascinante! Governeranno su quella contea?”-
-“Come no! Una porzione di artico completamente spopolata a 40 gradi sotto zero.”-
Chiudo gli occhi avvicinando la tazza al mio naso, inebriato dall’aroma agrumato del tè.
La nonna -“È un infuso di scorze delle arance eritree…”-
Incalzo -“Da Keren!”-
-“Precisamente. Dimmi, hai saldato regolarmente la quota associativa al Dickens Fellowship?”-
-“Sì, nonna, l’ho fatto.”-
-“Bene! E ti viene recapitata puntuale la rivista in Sudafrica?”-
-“Direi di sì…”-
-“Ottimo! Perché sul prossimo numero del The Dickensian leggerai un mio editoriale.”-
-“È meraviglioso!”-
-“Sì, ho ricevuto un invito ufficiale dal Consiglio di Rochester per Settembre. Ma ora basta, raccontami tutto di te.”-
Io, secco -“Sono gay.”-
Lei posa la tazza che approssimava alle labbra -“Intendevo qualcosa che non so.”-
Io ripongo rumorosamente la tazza sul piattino -“Tu lo sapevi?”-
-“Perché, tu no?”-
-“Beh, io…”-
-“Oh ma per favore Fax!”-
-“Allora perché non me lo hai detto prima?”-
-“Prego?”-
-“Mi avresti alleggerito di un peso enorme!”-
-“Cosa avrei dovuto dire: guarda il giardiniere che bel virgulto, non fareste una bella coppia?”-
Io, stupefatto -“Sai anche del giardiniere?”-
-“Cielo, no, era un esempio! Cosa diavolo hai combinato con il mio giardiniere?”-
-“Non è questo il punto! Hai idea di quanto sia stato difficile non poterne parlare con nessuno in questo posto disperato? E tu lo sapevi!”-
-“No ragazzo, questo non te lo concedo, non puoi pretendere che sia io a rivelarti chi sei e chi ami.”-
-“Nonna, io mi sono sentito così solo per anni! Lo capisci?”-
-“Sì lo capisco. Da anni salite una rampa di scale, così io mi trovo a gestire la depressione di tua madre, i problemi economici di tuo padre, la dislessia di tuo cugino, il tradimento di tuo nonno. Pensi che abbia lottato casualmente contro i tuoi genitori per convincerli a iscriverti in un college nell’emisfero australe? Vedevo che annaspavi sì, e immaginavo che il Sudafrica, così lontano e diverso, ti avrebbe salvato dall’annegamento esistenziale. Dov’è la mia rampa di scale? Quella verso cui io possa trovare le risposte e il conforto?”-
Sussurro avvilito -“Scusami…”-
Lei inspira profondamente volgendo lo sguardo verso la finestra aperta.
Le chiedo -“Sei infelice nonna?”-
Calma, volta all’esterno -“Sono stata felice, mi considero fortunata.”-
-“Ti ho delusa?”-
Riporta lo sguardo verso me accennando un sorriso -“Direi proprio di no.”-
-“Anche mamma e papà lo sanno?”-
-“Penso di sì, ma fingono di non saperlo…fingono male. Sono cattolici, dobbiamo capirli oltre a compatirli. Afflitti e colpevoli per essere al mondo. Quando eri piccolo biasimavano le tue stranezze, allora gli ricordavo, battezzate vostro figlio con il nome Fax e pretendete un cristiano sobrio? Ma io amavo le tue stranezze, e anche loro dopo tutto, ne sono certa.”-
-“Io non ne sono così certo.”-
-“Anche io mi adiravo con Fred per le sue follie. Lo crescevo come un gentiluomo, ma lui tornava con gli abiti strappati per aver saltato le staccionate o ferito per una sfida di tiro alla fionda. Gli rinfacciavo di essere la mia delusione e dicevo che lo avrei sostituito con i figli delle mie amiche. Potessi riportarlo in vita per sentirgli raccontare quella sassaiola, non rinuncerei a una delle sue follie. I figli non ci appartengono e non sempre ci somigliano, ma non rinunciamo a loro senza pena.”-
Il peso emotivo mi sta opprimendo, il mio coming out si è trasformato in un campo di mine inesplose. Trovo insopportabile l’idea che lei sia infelice.
La nonna lo intuisce e smorza -“A proposito, i tuoi genitori non versano la retta a un prestigioso ateneo perché ti esprima come un programma televisivo scadente.”-
-“Cosa ho detto?”-
-“Quel termine con cui ti saresti definito…”-
-“Gay?”-
-“Appunto! L’unico legittimato a presentarsi così è Walter Gay, il nipote di Solomon Gills della Wooden Midshipman. Nel tuo caso cosa vorrebbe significare?”-
-“Quello che sono!”-
-“Tu non sei affatto QUELLO e non mi piace che ne faccia un biglietto da visita. Sei un giovane uomo pieno di qualità e di esperienze. Vivi, lascia che le persone scoprano tutto di te, anche quell’aspetto, non solo quello.”-
-“Ma come avrei dovuto comunicartelo?”-
-“Beh, per esempio, il campus è un luogo pieno di studenti dal mondo, il ragazzo che frequento è un rispettabile canadese di origini scozzesi…”-
-“Lui non è affatto un canadese e come sai che c’è un ragazzo?”-
-“Hai vent’anni, è ovvio che ci sia un tormento sentimentale…spero con un soggetto rispettabile, pur non canadese.”-
-“In realtà, pur non canadesi, sono due i soggetti.”-
-“Fax! Hai forse preso residenza in Primerose Hill? Non costringermi a ritirare la tua iscrizione al college.”-
-“Ma no, ho una storia con un ragazzo sudafricano, però vibro per lo studente nigeriano dell’alloggio sopra il mio.”-
-“È orribile che tu stia con il sudafricano e pensi al nigeriano.”-
-“Tranquilla, sono fedele…Il ragazzo nigeriano è eterosessuale.”-
-“Giovanni Senza Terra! I tuoi tormenti sentimentali sono disastrosi!”-
-“Lo so, ma lui non perde occasione per rimanere a torso nudo! Dovresti vederlo dopo aver fatto jogging quando si sfila la canottiera e…”-
-“Devo ramentarti che sono tua nonna e che stiamo consumando un tè pregiato?”-
-“Vedo anche un pasticcio di maiale su questa tavola…e ti assicuro nonna, quel nigeriano è un grosso pasticcio. Quanto al maiale…”-
-“Può bastare! Per te niente pasticcio. Pane imburrato o un uovo…sodo? Tutto suona così equivoco.”-
Sta succedendo davvero, rido con la nonna dei miei sussulti ormonali per Enoch, il nigeriano palestrato. Scelgo di omettere qualche dettaglio, come l’età del sudafricano che frequento più adulto di quindici anni. Non le racconto di aver indossato il kilt che lei mi ha fatto confezionare per soddisfare una fantasia del mio ragazzo in un boschetto di jacarande.
Due ore dopo faccio per congedarmi, quando lei
-“Appurato che ribolli come qualunque ventenne, ti esorto all’autocontrollo Fax. Il talamo nuziale del Duca di Clarence si era rivelato un capezzale a causa della sua concupiscenza, PRIMA dell’incoronazione.”-
-“Tranquilla nonna, custodirò lo scettro.”-
-“Per non citare l’onta che travolse Lord Montagu, affascinato dalle divise militari della RAF.”-
-“Come dargli torto?”-
-“Non di meno l’affollamento coniugale di Lord Mountbatten che ci costò l’India…”-
-“Ti prometto di non minacciare Gibilterra con l’elastico delle mie braghe!”-
Reclina il capo accigliata, ma io sono sereno e soddisfatto. Non uno, TRE aneddoti dagli annali Royals! Il mio coming out è ufficialmente una normale questione di famiglia protocollata dal suo membro più autorevole.
Prima di salutarla propongo -“Io non so indicarti una rampa di scale verso cui salire per il conforto, ma se domani pomeriggio vuoi scendere gli scalini verso di me, ti aspetto per una passeggiata lungo la scogliera di Prince George.”-
Lei, sorridente -“Molto volentieri.”-
Volo di ritorno per Johannesburg. Trovo nella tasca del bagaglio una piccola busta da lettera contenente un biglietto “Scegli sempre, Fax. Scegli chi e dove vuoi essere. Una scelta mancata si rivela nel tempo più dannosa di una decisione errata. Sii folle(mai stupido)ma sopravvivi alle tue follie per poterle raccontare i giorni successivi. La nonna Laura”.
“Un tè con la nonna (corretto al coming out)” tratto da “A life in a Fax” di Fax Mac Allister
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