L’artico cuore di Lene

La giovane Lene viveva nella fattoria più settentrionale del Reame di Danimarca, quelle Terre d’oltre mare ghiacciate lontano dal Palazzo della Regina, dove la neve cade abbondante e il vento ulula gelido. Lene faceva da guardiana alle oche. Era molto bella ma egoista, meschina, superba e arrivista. Disprezzava profondamente la sua umile condizione di contadina e maltrattava i pennuti indifesi capitati sotto la sua sorveglianza. Una mattina venne convocata per vendere un’oca al borgomastro, che abitava nella grande casa destinata ai governatori del villaggio. Era stata accolta all’uscio di servizio da Arnak, la sguattera inuit. Giunte nella cucina, l’animale, divincolatosi dalla presa, volò verso le stanze dei signori per planare sull’orologio a pendolo nel tinello. Una fragorosa agitazione si levò nella sala che mai aveva ospitato tale tumulto. Lene, Arnak e una masnada di domestici si affannavano in una caccia al pennuto, ruzzolando sui tappeti e sbattendo contro i mobili. L’oca fuggiva ai tentativi di cattura urtando le cornici e i drappi, riparando sulla poltrona di velluto, rovesciando il candelabro. Quella bolgia allarmò Jakob, il giovane figlio del borgomastro, accorso per scoprire cosa mai stesse accadendo. Quando finalmente Lene mise fine alla fuga acchiappando l’oca, il tinello pareva il campo di battaglia di una cruenta saga vichinga.

Arnak la sguattera, mortificata, supplicava il perdono del giovane Jakob affrettandosi solerte a rassettare il disordine causato. Ma Jakob non era affatto adirato, semmai molto divertito. Solo allora, quando fu ripristinato l’ordine, Lene aveva potuto scrutare la calorosa eleganza nel tinello dei signori, gli arredi, il bagliore del fuoco nel camino piastrellato e le decorazioni sulla tappezzeria alle pareti. Ricevuto il compenso, Lene percorse il sentiero di ritorno verso la sua fattoria pervasa da rancore, invidiosa dell’agiatezza altrui. Tornò altre volte nella casa del borgomastro per vendere le oche, ed ebbe l’occasione di scambiare qualche frugale saluto con Jakob, che si mostrava gentile con tutti, perfino con la servitù.

Lene reputava Jakob uno stolto, incapace di godere delle ricchezze e di imporsi autoritario ai sottoposti, come lei avrebbe fatto. Ma la debolezza di Jakob pensava potesse avvantaggiarla. Pur non amandolo sognava di sposarlo, abbandonare la stamberga di famiglia ed essere servita dai domestici. Per conquistare le attenzioni e le simpatie del ragazzo, in occasione di quelle brevi visite, indossava un fermaglio di costola d’orso, scherniva l’aspetto impolverato della sguattera Arnak, o la corpulenza di Grethe la cuoca.

Ma niente di nuovo accadeva, Jakob abbozzava un sorriso e la congedava cordiale. L’impazienza irrigidiva Lene, nella fattoria i genitori e gli animali subivano le sue intemperanze. Fu durante la  stagione del disgelo che avvenne un cambiamento.

I ghiacci si sciolsero, le praterie della tundra sbocciarono del roseo epilobio e di purpuree betulle nane. Con loro il timido Jakob si fece più loquace e luminoso. Lo si sentiva ridere e lo si ascoltava canticchiare dalla ordinata biblioteca dove trascorreva lunghe ore di studio. Certo, a Lene non sfuggì questo mutamento. Jakob si tratteneva più a lungo per parlarle, la interrogava sulle abitudini delle sue oche, oppure le indicava le vallate dove fioriva il cotone artico di cui erano ghiotte. Lei seguitava a considerarlo uno sciocco ma lo assecondava melliflua.

Poi, un giorno, in una vampata di imbarazzo che gli tingeva il viso di rosso, Jakob chiese a Lene -“Posso vedere la tua mano?”- La ragazza porse sicura la mano distendendo le dita.”-

Lui, al culmine del disagio pronunciò rapido -“Torna domani ma non portare le oche!”- E i primi fiocchi di neve annunciarono il termine di quella breve Estate nordica. Il mattino seguente, alla dimora del borgomastro, Lene venne frettolosamente condotta da uno stralunato messo balbuziente nello studio dove il padrone di casa siglava le più importanti decisioni.  L’orefice più stimato di tutta la Scandinavia, giunto appositamente dalle isole Fær Øer su un’ imponente nave di legno con gli eleganti cofanetti, la attendeva per una meticolosa misurazione del suo anulare. L’anello d’oro impreziosito da una gemma glaciale emanava una luce ipnotica. Lene contemplava  la sua mano in un sorriso altero diventato smorfia, come se i riflessi del gioiello ne rapissero i pensieri e li proiettassero della loro autenticità. Sarebbe diventata la moglie di Jakob che, per quanto insulso, aveva ceduto alla sua bellezza. -“Lele Lele Len Lene!…Rere res resss restititi re restititutuite l’ane l’anenee  l’anenenello!”- La voce del messo interruppe il trasognare. Lene esitò lanciando un’occhiata torva a quell’uomo scilinguato che, pensava, avrebbe fatto licenziare appena dopo le nozze, e consegnò la fede. Molte raccomandazioni furono fatte alla ragazza perché mantenesse segreto l’incontro con l’orefice delle Fær Øer. Nessuno doveva sospettare i progetti di un matrimonio prima del comunicato ufficiale. Lene obbedì, ma da quel momento la sua sgarbataggine verso gli umili e i deboli si fece indomita, talvolta spietata, in attesa di essere accolta nella famiglia del borgomastro. Un giorno, durante una fitta nevicata, mentre imprecava contro le oche nel recinto, fu sorpresa dalla visita del messo balbuziente –”Sa sa sa saaalve Le Le Le Lene, ssssss siete att att atte att attesa neee llllla c c casa del Bo Bo Bo Bo Boorgo go gogomastro. Il ss sss si ssignorino Ja Ja Jakob ha ss ss sta ssta stabilito la data de de delle no no no nozze e vi cc cc cc co convoca p p p per l’annu nu nu aanuncio che…”- Scossa da un impeto di forze, la giovane guardiana interruppe con una risata trionfale il messaggero impedendogli di proseguire. Finalmente la sua attesa era termina e i suoi desideri esauditi! Gettò sprezzante il mastello di becchime scostando per l’ultima volta gli odiati pennuti e abbandonò l’uomo ammutolito.

Entrò nella fattoria per sistemarsi i capelli e ripararsi con la mantella migliore. Sua madre preoccupata la interrogava  su cosa stesse accadendo, ma Lene, superba,  la ignorava. La donna la seguì agitata per un tratto lungo il sentiero domandandole perché avesse lasciato il recinto delle oche e gettato tutto il mangime. Finalmente Lene le concesse una risposta -“Il figlio del borgomastro mi chiede in sposa, non c’è più tempo per le oche.”-

Sua madre incredula di quella rivelazione si arrestò sulla neve -“Il figlio del borgomastro vuole te, Lene?”- Poi con semplice ovvietà le fece osservare -“Ma tuo padre non ne sa niente, non puoi sposarti senza il nostro consenso. Dobbiamo conoscere questo giovane.”-

Lene, sorridendole compassionevole -“Mamma, guarda il tuo grembiule rozzo. Desidererebbe Jakob sposarmi se mi presentassi nel suo salotto raccomandata da due bifolchi? Quale tappeto elegante vorrebbe essere imbrattato dai vostri calzari lordi di letame?”-

E voltandosi proseguì verso il villaggio. Sua madre si contorceva le mani, un’oca salita sulla staccionata garrì alla volta di Lene che scomparve come fagocitata dal turbinio della neve.

Durante il percorso la fanciulla incontrò alcuni compaesani, Olaf il pescatore di merluzzi, Hanna la sarta e Grímur il pastore, che come sempre le augurarono una buona giornata. Ma lei con un singulto altezzoso, distogliendo lo sguardo, negò loro il saluto considerandoli indegni. Davanti alla casa del borgomastro sostava una slitta lucente trainata da sei renne eleganti, bardate alle corna da soffici fiocchi di seta, impreziosite da campanelli dorati al collo e riscaldate da coperte ricamate.

Lene si immaginava scivolare su quella slitta signorile nel giorno delle sue nozze, bellissima, ingioiellata, applaudita e invidiata da tutti. Il fragore di un applauso provenne dalla magione, Lene bussò incuriosita.

Amara fu la sorpresa quando il portone della casa si schiuse svelando la realtà. Nell’elegante tinello, vicino al vivace fuoco del camino piastrellato, davanti a una platea di modesti compaesani, Jakob teneva per mano Arnak, la polverosa sguattera inuit. C’erano il falegname, la maestra, lo spazzaneve, la locandiera, tutti gli artigiani e le lavoratrici del villaggio. Lene, riconobbe fra i presenti  anche il messaggero che l’aveva convocata  poco prima. Disorientata, diede uno sguardo ai rozzi stivaletti che calzava Arnak sul pregiato tappeto nella sala. Una domestica porse alla guardiana d’oche una tazza di tè caldo. Si udì nuovamente bussare al portone ed entrarono anche Olaf il pescatore di merluzzi, Hanna la sarta e Grímur il pastore. Jakob prese quindi a parlare -“Ora che siete giunti posso ringraziarvi per aver accettato il nostro invito. Siete da sempre dei fidati collaboratori della mia famiglia, dei buoni amici e degli onesti lavoratori in questa comunità. Per questo siamo lieti di annunciarvi che io e Arnak presto ci sposeremo e vorremmo invitare tutti voi al convivio nuziale…Il giovane sostenne gentile la mano di Arnak, screpolata e segnata dalla fatica, e infilò l’anello lucente giunto dalle lontane isole Fær Øer. Un baccano di cocci infranti sul pavimento echeggiò nella sala. Lene aveva lasciato cadere la tazza da tè e livida in volto tremava stringendo i pugni -“No! Come puoi sposare lei? Arnak la sguattera! Ma guardala, i suoi capelli sono crespi, è coperta di polvere, i suoi stivali lordano il tuo tappeto ed è così insulsa!”-

Grethe, la cuoca, sussurrò incredula -“Lene! Come ti viene una simile crudeltà?”-

Ma Lene, sprezzante -“Taci, chiattona! Vi siete presi gioco di me. Mi avete solo usata!”- E indicando il messaggero -“Quello stupido uomo mi ha ingannata. Io vi maledico tutti!”- Poi volgendosi a Jakob e Arnak    -“Che voi siate maledetti, siano dannate le vostre nozze!”-  E posseduta dall’ira fuggì via abbandonando gli sposi e i loro ospiti turbati dalle imprecazioni. All’esterno della villa la giovane furia strappò i fiocchi di seta dalle corna delle renne. Avviandosi verso la fattoria calciava i cumuli di neve sul ciglio delle strade, urlava, batteva i pugni contro le staccionate e sferrava sassate contro le finestre delle case. Quando sua madre la vide comparire in quello stato pietoso, la interrogò burlandosene -“Per la Corona di Re Christian! Tu qui Lene. Dov’è il tuo sposo? Non vedo i paggi e le livree…”- E voltandole le spalle entrò dentro casa.

Un’oca, fuggita dalla recinzione garriva petulante contro la  guardiana. A Lene parve che perfino quel pennuto la schernisse. Afferrato il bastone con cui sovente batteva gli animali si avventò contro l’oca torcendole il collo bianco e iniziò a percuoterla di mazzate. Candide piume libravano verso il cielo plumbeo mentre la neve colorava di rosso. Lo stormo dentro lo steccato gemeva disperato in un coro impotente. Quando lo scempio fu compiuto e Lene si placò carponi, vide levarsi un turbinio di polvere gelata e il pennuto esangue tornare miracolosamente alla vita, per trasformarsi in una bellissima donna dai capelli fluttuanti e le vesti ghiaccio. Quella era in realtà una potente fata del Nord… Il seguito della favola è disponibile su Amazon 

“L’artico cuore di Lene” Fax Mac Allister – Copyright ©

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SO BRAVE, SO BRITISH!

so brave

Mi chiamo Fax Jeremy Mac Allister e questa mattina, prima di terminare la colazione, sono diventato un uomo.

Tranquilli, non reclamizzo una linea di corn flakes dalle proprietà virilizzanti, a questo provvedono i pop up spalancati sul vostro schermo che garantiscono di limonare duro con Gisele Bündchen alla seconda nebulizzata di un’essenza eau de parfum.

E’ stata la prima pagina del “The Weekly” a informarmi del cambiamento, nonostante il mio nome non venisse citato esplicitamente sulla testata.

Chi sfoglia i quotidiani di Johannesburg sa quanto forte debba essere il proprio stomaco e sceglie se affrontarli prima o dopo i pasti.

I media sudafricani percorrono la morbosa linea editoriale splatter, che si rinnova a ogni numero con la pubblicazione delle stragi di farmer bianchi trucidati da bande criminali dentro le proprie tenute.

Meningi boere schizzate sulla testiera del letto a colpi di mazzuolo, o mattanza di borghesi crivellati oltre le fallibili recinzioni elettrificate della luccicante Sandton.

Non posso affermare di essere immune alla rassegna di macelleria quotidiana, ma la frequentazione coatta della chiesa cattolica durante la prima infanzia mi aveva abituato all’iconografia truce dei santi infilzati, fustigati, accecati e impalati.

Ebbene, 7,30 del mattino, colazione a casa davanti all’immancabile fotografia di un agricoltore impiccato al suo scaldabagno con il cranio sfondato.

Un dettaglio nella didascalia catalizza la mia attenzione: la vittima viene identificata dal cronista come “un uomo di 30 anni.”

Un uomo di 30 anni? UN UOMO!

Prima di terminare la spremuta d’arancia e le frattaglie di una frittata cruda all’interno e bruciata in superficie, mi lancio a recuperare dal cestino del riciclo i numeri precedenti del The Weekly.

Sfoglio concitato. Lapidario, l’allevatore strangolato con il filo spinato a Randfontein è UN UOMO DI 30 ANNI, come è UN UOMO DI 30 ANNI l’addetto alla sicurezza di una villa a Rivonia decapitato durante una rapina notturna, UN UOMO DI 32 anni è il suo assalitore. UN UOMO DI 30 ANNI è  Roy Bloom, ex cantante dei Joburg Boys che, dopo un provvidenziale trapianto di capelli ha ritrovato la stima e la rottamazione in un reality sulla DS tv…ma questa è un’altra storia.

Lo so, sorge in voi una domanda “cosa diavolo sta succedendo ai trentenni e alle boyband?” Ma nella mia testa, accasciato sul contenitore dei rifiuti cartacei riverbera una sola sentenza:

“UN UOMO DI 30 ANNI”.

Non ho forse IO compiuto 30 anni? Che ne è della mia sempiterna giovinezza?

SONO UFFICIALMENTE UN UOMO!

Come è potuto accadere? Quando avevo 12 anni pensavo ai ventenni come patetici vecchi, a 18 mi figuravo i trentenni come ruderi abbracciati a una cassa di legno in attesa del crepuscolo.

Poi, non so quando e perché, ho smesso di pensarci. Oggi un quotidiano locale, incline alla narrazione cruenta, mi schiaffa sul muso tutta l’efferatezza di una formula sintetica confinata nel grassetto di una didascalia:

30 anni = UN UOMO.

Torno al tavolo della colazione ed eccolo lì, sparso nel piatto, il compendio di una vita vacua, la carcassa di una frittata che non ho mai imparato a cucinare. Levo lo sguardo alla parete dove giace il mio diploma di attore professionista rilasciato dalla Westfontein Drama Academy, abbasso lo sguardo, agricoltore impiccato allo scaldabagno, un uomo, 30 anni. E DECIDO.

Ancora non posso sapere se questi 30 anni sanciranno la mia effettiva evoluzione in uomo adulto, ma prometto di assumermi le responsabilità delle azioni compiute durante gli ultimi tre lustri, soprattutto di quelle meno lusinghiere. Per avviare questo processo di maturazione comincerò, non a caso, con una confessione relativa alla mia condotta di allievo attore.

Siamo nel 2005, Free State sudafricano, frequento l’ultimo anno del quadriennio in arte drammatica e passo come un integerrimo assertore del regolamento disciplinare che coordina la vita nel Westfontein Campus.

Analizzando i registri di classe del Drama Department si noterebbe quanto esiguo sia stato il mio numero di assenze dalle lezioni, severamente sanzionate dal codice Accademico, pena l’espulsione definitiva dai corsi.

Ne maturai meno di 15 nel quadriennio, tutte per certificati motivi di salute.

Talvolta ho ignorato qualche linea di febbre, ho tamponato sinistri movimenti enterici assumendo compresse di Merdìl per garantire la mia presenza e non perdere preziose ore di lavoro,

il che mi valse una speciale onorificenza al conseguimento della laurea.

Ebbene, IO HO MENTITO, quegli allori non sono del tutto meritati.

C’ è stata un’occasione in cui ho mascherato di bugiarde spoglie piretiche un giorno di assenza

dall’ Accademia per non perdere l’Evento che attendevo da una vita,

IL MATRIMONIO DI CAMILLA PARKER BOWLES CON IL PRINCIPE CARLO DI WINDSOR.

10 Febbraio 2005, il dispaccio di Buckingham Palace sentenzia semplice e conciso

“È con grande piacere che viene annunciato il matrimonio di Sua Altezza Reale il Principe di Galles e Mrs. Camilla Parker Bowles.”

Seguono poi le sintetiche dichiarazioni di Sua Maestà Elisabetta: “Il Duca di Edimburgo e Io siamo molto felici che il Principe di Galles e Mrs. Parker Bowles si sposino.”

Quella sera, sul balcone del dormitorio affacciato sull’aiuola che disegna lo stemma secolare dell’Ateneo, prima di andare a letto impugno una tazza di tisana Morpheus e medito sulla faccenda.

L’aria australe è carica di energia estiva, il campus aulente di jakarande è (quasi) silente, non fosse per Enok, il nigeriano del piano di sopra iscritto alla facoltà sportiva che si tromba la migliore amica della sua fidanzata. Cheerleaders…quanti danni.

Tempo di tracannare l’infuso che millanta proprietà soporifere prendo due decisioni: la prima, domani compro un paio di tappi auricolari per attutire l’inquinamento acustico dello stantuffo nigeriano, la seconda, sarò testimone in diretta di QUEL MATRIMONIO, consapevole di  macchiare la mia condotta  accademica con un’assenza illecita. Camilla e Carlo avevano consumato la loro storia d’amore in regime di clandestinità per oltre 30 anni, causando crisi istituzionali, coniugali, dinastiche e clericali.

Pensai che una giornata di  trasgressione dal regolamento Accademico sarebbe stata decisamente più innocua. Non potevo spiegarlo allora, ma la mia necessità di assistere alla cerimonia non era mossa da morbosità di giornaletto scandalistico per shampiste, tuttavia ero certo che nessuno mi avrebbe capito e sostenuto.

Quando vidi per la prima volta Camilla Parker Bowles in un filmato del telegiornale ero un bambino, abitavo nella Contea di Shira. Camminava cupa senza curarsi apparentemente della ressa intorno.

Mi colpì molto quella donna con un copricapo simile a un fagiano incastonato fra i capelli, letteralmente assaltata dai fotografi e dalla folla, investita dai flash e dagli insulti. Domandai chi fosse, temo alle persone sbagliate. La risposta unanime :“è un sgualdrina ed è un cesso”.

Ero abituato a convivere con le definizioni sommarie nella nostra piccola comunità. Io, per esempio, da quelle parti ero il bambino con un “nome di merda” che pattinava e non giocava a calcio.

Ma possibile che la vita di una donna adulta sia concentrabile in “è una sgualdrina bruttissima”?

Insomma, un poco mi seccherebbe se la mia biografia letta dai posteri venisse sintetizzata in “era un finocchio a rotelle con un nome di merda”.

Grazie a mia nonna Laura la Famiglia Reale Britannica e i loro cappelli esercitavano un vigoroso ascendente su di me. Capire chi fosse la donna che camminava mesta, bersagliata dal pubblico ludibrio, legata in qualche modo alle magioni di Saint James , era mio dovere di suddito, distante solo geograficamente. Sottoposi mia nonna a un serrato interrogatorio sulla biografia di Mrs Parker Bowles, nata Shand, e scoprii che dietro al becero giudizio di “sgualdrina cessa” si celava  la complicata vicenda di una donna innamorata.

Le leggende raccontano che Carlo e Camilla si conoscono nell’Estate del 1971 sul campo di polo di Windsor Great Park bagnato dalla pioggia.

Hanno rispettivamente 23 e 24 anni.

Lei sceglie queste parole per rompere il ghiaccio con il futuro Re del Commonwealth:

-“La mia bisnonna era l’amante del vostro trisavolo, che ve ne pare?”-

È amore.

I due non possono sapere che la loro relazione innescherà nei decenni a seguire delle reazioni così violente da far tremare le fondamenta millenarie della monarchia. Carlo sente che Camilla è la donna giusta: è brillante, complice, carismatica, paziente e riservata. Vorrebbe sposarla, ma la Royal Family serba altri programmi. Camilla è poco aggraziata, non è vergine e non è nobile, il suo viso non si incornicia degnamente sulle tazze e sui canovacci da vendere al mondo per un patinato Royal Wedding.

Proposta bocciata. L’Inghilterra vuole una favola dorata, poco importa se privatamente sarà un inferno, l’Inghilterra avrà la sua favola.

Carlo e Camilla contraggono due distinti matrimoni, ma il loro rapporto non si interromperà mai.

Non vi tedio con la cronologia degli eventi che potete consultare ovunque, noi saltiamo diretti al 13 Gennaio 1993, quando la pubblicazione di una telefonata privata fra i due amanti elegge Camilla a sgualdrina del Regno su scala planetaria. Carlo, dominato da un estro spiccatamente romantico, sussurra alla cornetta

-“Vorrei essere il tuo tampax, anzi, vorrei essere una scatola di tampax per durare più a lungo.”-

Il tracollo, la gogna, il rogo.

Trascorsero anni, alcune cose cambiarono, altre no. Il Principe di Galles era separato da sua moglie e continuava ad amare sempre solo Camilla, ma per tutti Mrs. Parker Bowles restava solo una donnaccia, così come io non ero più un bambino, ma per molti rimanevo solo un finocchio.

Quando nel 2005 l’annuncio di Buckingham Palace legittimò il rapporto erano passati 13 anni dalla prima volta che notai Camilla al notiziario.

Non immaginavo sarebbe arrivato il giorno in cui la Famiglia Reale e la Chiesa di Inghilterra avrebbero ufficializzato quelle nozze. DOVEVO assistere a quel pezzo di storia. Forse non era la storia dell’umanità, ma un pezzo della mia storia sì, ed era necessario riservarle un’adeguata considerazione, a costo di giocarmi il quadriennio in arte drammatica.

Le nozze erano previste per l’ 8 Aprile 2005 nella cappella di Saint George all’Abbazia di Westminster… Ma il 2 Aprile il papa polacco tira le cuoia nel suo feudo e monopolizza le agende del mondo per una settimana. Il 6 Aprile le campane suonano funeree anche in quello sconfinato Principato di Monaco tutto sole e riciclaggio, causa la dipartita del sovrano Ranier Louis Grimaldi.

Il matrimonio slittava così al 9 Aprile, un Sabato, frequenza comunque obbligatoria in Accademia.

Se solo un altro monarca, un capo di stato o una pop star internazionale fosse schiattata, avrei guadagnato un giorno e goduto della libertà di una Domenica senza trasgressioni disciplinari.

Pazienza, MENTIRÒ, sul registro di classe figurerà “assenza per malattia”.

Quel Sabato il regista moscovita con cui lavoravamo ci avrebbe sottoposto a un esperimento di improvvisazioni sul metodo della biomeccanica per 10 ore.

Avesse saputo il russo per quale motivo disertavo l’esperimento mi sarei ritrovato scalzo a vendere aringhe porta a porta in Siberia.

Colpevole di Royal Wedding doloso.

Ma mi serviva una tv davanti al quale piantarmi per assistere all’evento!

Negli appartamenti dei dormitori non era consentito tenerne una. Dovevo trovare il modo di guardare la diretta fuori dal Campus senza essere scoperto. Domenica 3 Aprile consulto gli orari della funzione mattutina per assicurarmi di evitarla, inforco la bici del mio dinoccolato amico Leonard e pedalo alla volta della chiesa anglicana Saint Andrew in Colinton Road.

La chiesa sembra una graziosa scultura di marzapane immersa in un parco di bouganville e tulipani.

Tutto recintato e sorvegliato da un guardiano che mi perquisisce prima di lasciarmi passare.

Un’immagine di impatto trascendentale, io a gambe e braccia aperte tastato da un tarchiato maschio nero prima di entrare nella casa del Signore.

Il pastore Verstand, 40 anni, carnagione diafana, alto 2 metri, riordina gli appunti per la replica pomeridiana del sermone. Mi presento e gli espongo la mia necessità. La sua risposta, lanciando un’occhiata in giro:

-“Mi sta filmando?”-

Io -“Cosa? No!”-

-“Ah, pensavo a una candid camera! Quindi fa sul serio?”-

-“Certo! Devo solo guardare la vostra tv per qualche ora.”-

-“Assolutamente no!”-

-“Guardi che può fidarsi di me, se preferisce può farmi piantonare dall’uomo armato lì fuori.”-

-“Mi dispiace Mr. Mac Allister, la nostra tv non è disponibile per questo genere di proiezioni.”-

-“Non voglio vedere Penthouse via cavo! Sarà una cerimonia in diretta da Westminster.”-

-“A due isolati da qui c’è un irish pub, si rivolga a loro.”-

-“Circondato da sbronzi che mi rutteranno nelle orecchie  le felicitazioni nuziali?”-

-“Non posso aiutarla.”-

-“Andiamo! Dov’è finita l’accoglienza biblica per i viandanti?”-

-“Mi scusi, ma lei non ha l’aria di una gravida errabonda.”-

-“Non è questo il punto! Da bambino ho abbandonato i cattolici per unirmi alla chiesa di Inghilterra e questa adesso mi respinge?”-

-“Abbiamo un fitto calendario di incontri, sarò lieto di averla con noi quando desidera.”-

-“Oh ma per favore, ho anche ordinato una torta in pasticceria per l’occasione!”-

-“Se vuole scusarmi Mr. Mac Allister la mia famiglia mi aspetta per il pranzo.”-

-“Lo sa, mi sorprende che non si interessi a questo evento. In fondo chi si sposa è il futuro Capo della Chiesa Anglicana. Tecnicamente Carlo del Galles è il suo datore di lavoro. Pensi se scrivessi al vescovo di Bloemfontein dicendogli che questa parrocchia rinnega l’appartenenza a Canterbury.”-

-“Pensi se io scrivessi al Direttore del Drama Department dicendogli che sono stato importunato da un loro studente…”-

-“Grazie per il suo tempo Pastore Verstand, le auguro un buon pranzo.”-

Gli giro le spalle, faccio per andarmene. Poi infiammato dall’impeto estremo con cui potrei giocarmi la carriera accademica, mi volto e con voce sostenuta faccio echeggiare nella chiesa -“Frocio!”-

Il pastore Verstand -“Come dice, scusi?”-

-“È così che mi chiamavano al mio villaggio. Frocio perché non giocavo a calcio, perché non partecipavo alle gare di rutti e di sputi, perché sembravo arrivare da un altro mondo, fino a quando io sono diventato il bersaglio di quella gara di sputi. E sa come chiamavano Camilla Parker Bowles, la donna che il Principe di Galles sposerà Sabato? Cavalla, racchia, puttana. E perché? Perché da una vita ama ed è amata da un principe senza somigliare alle principesse delle favole. Quel matrimonio è la rivincita di una vittima che ha difeso la natura dei suoi sentimenti senza fingere di essere qualcun’ altro. È così strano che per una volta io voglia assistere a un finale diverso?”-

-“Oh Gesù, possibile? È così importante per lei?”-

-“Sì, lo è.”-

Lui, sospirando -“ Le ancelle della carità si riuniscono il Sabato nel cottage qui fuori. Lì c’è un televisore, per questa volta può utilizzarlo.”-

-“Grazie! Non se ne pentirà, mi comporterò bene con le ancelle.”-

-“A proposito di questo, sono un branco di pensionate chiassose. Mi aspetto che le sorvegli e impedisca l’abuso di alcolici.”-

-“Sicuro!”-

-“Rimpiangerà di non aver scelto gli sbronzi dell’irish Pub…”-

Mattina del 9 Aprile 2005, La soneria della mia sveglia suona il “God save the Queen, Radio Campus canta “One in a million” dei  Pet Shop Boys, il sole riverbera luminoso su Westfontein. Respiro l’atmosfera delle grandi occasioni.

Eugenio Alves, il mio inquilino lusitano (che, per favore, era così poco british), esce per un Sabato di lavoro in Accademia.

Ha creduto al mio simulato conato di vomito. Mentre i miei compagni di classe si sottopongono a una giornata di disciplinati otkaz, possyl, tocka, tormos per sintetizzare scenicamente la verità in un solo biomeccanico gesto, io trasudo menzogna nella realtà. Sorridendo sornione davanti allo specchio  annodo la cravatta con i colori dell’Union Jack. Celo il mio stile insolitamente etoniano coprendomi con una tuta sportiva e il cappello del team universitario di cricket per non destare sospetti all’uscita dal dormitorio.

Scivolo fuori dal Campus alla volta della pasticceria dove ritiro una torta a strati con la frutta.

Tutto ad altissima frequenza tachicardica, mandibola contratta e sguardo vigile, fino a quando la Saint Andrew in simil marzapane si staglia innanzi, salvifica custodia del silente ammutinamento.

Ritrovo il sorvegliante, meno accigliato dalla volta precedente.

Mi tocchiccia su e giù per scongiurare la detenzione di mannaie o revolver, poi chiede di aprire la confezione della pasticceria. Appena l’involucro schiuso rivela una colorata, fragrante torta, i suoi occhi si illuminano.

Si presenta come Orson e confida di adorare i dolci.

Gliene prometto una robusta fetta quando sarà tagliata, ma lui dice

-“La dobbiamo tagliare a metà. Subito!”-

Io allarmato -“Hey, non sia ingordo! Questa è per le mie ospiti.”-

-“Ma no! Devo tagliarla per controllare che non ci sia una pistola nell’impasto!”-

-“Orson! Le sembro un criminale?”-

-“Beh, non mi sembra neanche un atleta eppure porta il cappellino della squadra di cricket.”-

-“Non solo le cheerleaders si danno da fare negli spogliatoi…”-

Il suo sguardo si carica di circospetta incognita. Alleggerisco la tensione proponendo -“Mi permetta di mostrarla intatta alle signore, poi la tagliamo.”-

-“Quali signore?”-

-“Le ancelle della carità, devo incontrarle nel cottage”-

-“Dio onnipotente! Sicuro di non voler infilare una pistola in quella torta?”-

-“Sono tanto moleste?”-

-“Ah ah! Avanti ragazzo, buona fortuna!”-

Sprezzante del senso del pericolo e animato da quello del dovere, riparo nel confessionale d’ebano per una rapida trasformazione alla Clark Kent. Smessa la divisa sportiva, torno damerino incravattato e mi avvio verso il covo delle furie.

Ma, qualunque sia il mio super potere, basterà  a domarle? Questa l’incognita, quando un concitato sghignazzare riverbera dall’interno del cottage in stile cape dutch, prima che io faccia leva sulla maniglia della porta per entrare. Lo scenario che mi si presenta non potrebbe essere più familiare, ma non per questo rassicurante. Un manipolo di eccentriche madame caucasiche in menopausa, paludate di cappellini pastello farciti di frutta e fiori cascanti, esplode in manifestazioni di euforico giubilo ad altissima concentrazione di decibel. Il deja vu mi riporta a decine di fiere, commemorazioni, funzioni domenicali, riffe benefiche e visite per il tè nell’infanzia al villaggio.

Sono 9, tutte decise a primeggiare per me. Ai loro occhi velati dalla cataratta emano il fulgore da uomo del momento. Vengo investito da domande le cui risposte sono inascoltate per l’eccesso d’insieme, sento tirarmi per un braccio, mentre una mi porge una sedia, un’ altra mi sfila la torta dalle mani, quella mi porge una tazza di tè e una ciotola di budino, qualcuna mi bacia mentre l’amica ci scatta una foto.

Individuo preoccupato il televisore, consapevole che queste dannate vegliarde cariche a pallettoni non mi faranno ascoltare una parola della diretta tv.

Un boato stentoreo irrompe nella sala smorzando la tregenda

-“SIGNORE!”-

È Orson, il vigilante. Così capisco, il mio super potere sarà l’umiltà di accettare l’aiuto dell’eroe armato che sorveglia la Saint Andrew.

-“Suvvia, lasciatelo respirare.”

Noto sollevato che le 9 madame gli riconoscono una qualche carica autoritaria. Un paio di loro gli trotterella intorno eccitata e lo invita a unirsi al convivio.   Lui, di nuovo verso di loro

-“Dio solo sa cosa abbiano patito i vostri mariti per una vita! Invidio quelli già sepolti.”-

Si leva un coro di sghignazzanti risolini. Orson incalza

-“Avanti, organizzate le cose per bene, il ragazzo vuole vedere la tv. ”-

Il gruppo si adopera ordinando un semicerchio di sedie e poltroncine intorno al televisore. Una tavola è imbandita di vettovaglie. Una corpacciuta signora vestita di giallo taglia la mia torta e distribuisce le fette accompagnate da tazze di tè. Orson, accomodandosi di fianco, sarcastico mi strizza l’occhio

-“Sapevo che ti avrebbero steso!”-

Io, riconoscente -“Grazie Orson, le prometto una torta intera per domenica prossima.”-

Sorseggio un po’ dell’infuso e ricordo la raccomandazione del pastore Verstand circa gli alcolici. Divieto raggirato. Il tè è stato preventivamente corretto con una pesante dose di brandy. Tv sintonizzata sulla BBC, live da Londra.

CI SIAMO. È Royal Wedding.

Ancora una volta la stampa internazionale non è stata tenera con i futuri coniugi, tutti pronti a scommettere quanto ridicola sarebbe una sposa di 57 anni con i capelli di saggina in abito bianco.

NON IO.

Davanti all’abbazia di Westminster, sotto un cielo plumbeo very londoner, giunge la limousine con lo stemma del casato di Saint James.

Un valletto apre la portiera. Emerge così della vegetazione dorata e riconosco l’ inconfondibile stile di Mrs. Parker Bowles. In barba alle previsioni dei tabloid  “velo si o velo no”, si è fatta fissare (con la colla  per il bricolage?) una palma e delle piume sui capelli. Torno indietro di 13 anni, alla prima volta che la vidi con quel fagiano impigliato nella sua testa…

Sollevo la tazza corroborato dal tè etilico e sussurro orgoglioso

-“SO BRAVE, SO BRITISH.”-

Il commentatore in tv chiosa: trattasi di una composizione di Phil Treacy, il cappellaio irlandese che aveva già incastonato sulla cervice di Camilla impianti alla Tim Burton in molteplici occasioni.

Lei, quasi timida, saluta la folla con leggero cenno di mano svelando l’anello donatole dalla Royal Family, appartenuto alla Regina Madre. Io, assetato di riscatto, voglio leggere nel suo aggraziato gesto

-“Ridete adesso stronzi. Chi sta per diventare la seconda donna più potente del Commonwealth?”-

Al suo fianco il Principe di Galles a mezzo sorriso, con la consueta aria del “Sono qui, quanti siete, che bello…ma quanto vorrei essere a spasso per le Highlands.”

Segue uno stuolo di teste coronate, gentiluomini in cilindro e tight, ladies dai copricapi apparecchiati della qualunque. La cerimonia ha inizio.

Benedizione del Primate Anglicano Rowan William, mente sopraffina e sopracciglia ribelli, simile a un elfo dei boschi. Richiesta di perdono dei due sposi per aver commesso adulterio, ottimo repertorio musicale dal retrogusto elegiaco e malinconico.

Ma è LEI, Sua Maestà Elizabeth Alexandra Mary Windsor II, madre dello sposo, a regalarmi la soddisfazione maggiore con questa dedica

-“Ho un importante annuncio da fare: Edgehunter, il mio cavallo, ha vinto il Grand National!”

Si levano le risa degli astanti. Quindi prosegue con la metafora ippica, elencando i faticosi ostacoli che i cavalli devono superare in quella prestigiosa competizione all’ippodromo di Aintree.

Così torna a suo figlio e alla nuora appena acquisita

-“Come in una dura corsa a ostacoli anche Carlo e Camilla hanno superato terribili barriere. Ce l’hanno fatta, sono orgogliosa e auguro loro ogni bene.   Mio figlio è felice al traguardo con la donna che ama, benvenuti nel recinto del vincitore.”-

Le note del God Save the Queen si levano nell’etere e…Mrs. Parker Bowles, nata Shand, può cestinare la sua carta di identità da suddita.

Al suono degli ottoni, sulla fanfara gallese di Hoddinott, la coppia percorre la navata centrale verso l’uscita dell’abbazia e, per la prima volta, teste coronate, ministri, paggi, portaombrelli ed estintori DEVONO chinare il capo davanti a lei, ufficialmente Sua Altezza Reale Camilla, Duchessa di Cornovaglia e di Rothesay, Principessa del Galles, Contessa di Chester, Baronessa di Renfrewal, futura Regina del Regno Unito e del Reame del Commonwealth.

All’esterno di Westminster le folate di vento mettono alla prova le penne dorate sul blasonato capo, ma lei commenta sorridendoci su. Il sorriso è equino, i capelli sono stopposi, la coppia è matura, sì, ma non importa. Come dorati pomelli sullo scettro, eccoli inossidabili, insieme dopo 34 anni da quell’incontro piovoso al campo da polo. La folla esulta, acclama e sventola bandierine da pochi penny, e io lo so, qualche bulletto camuffato da reporter domani scriverà maligno.

Ma sollevando la mia tazza di tè, fedele alla promessa fatta da bambino isolato nella Contea isolana, annuisco e brindo a voce limpida

-“È così che deve andare, Dio salvi la Duchessa di Cornovaglia!”-

Orson il vigilante mi osserva stranito, le madame intorno esultano, colmano i bicchieri, servono pasticcini e mi estorcono la promessa di un altro incontro.    Al termine del simposio una di loro, Mrs. Janssen, mi offre gentilmente un passaggio sul fuoristrada di suo nipote, il giovane fattore nerboruto in canotta dall’aria ruvida che la aspetta fuori dalla Saint  Andrew. Dio se accetto!

Questo è tutto. Se compiere 30 anni significa essere uomini e riconoscere responsabilmente il proprio passato, io ho appena cominciato a farlo.

Consapevole che questa deposizione potrebbe causare l’invalidamento della qualifica di attore professionista a opera del Drama Department.

Come se lavorare per il servizio reclami del cibo in scatola per animali domestici non avesse già adombrato sufficientemente i bagliori della mia gloria scenica…Ma questa è un’altra faccenda, come lo è il seguito dell’amicizia con il nipote di Mrs. Janssen, ruvido fattore in canotta con cui ho condiviso ruvidi, frugali colloqui al crepuscolo nel cottage della Saint Andrew…

(TO BE CONTINUED ???)

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Meritare l’Africa…

 

-“Sei solo un ragazzino viziato, ti lamenti di tutto, non meriti di abitare in Africa.”-

-“Non è affatto vero. Per esempio il tuo timballo di fagioli odora come le ascelle di un maratoneta, ma non mi sono lamentato…”-

Monica Lobo  e  Fax Mac Allister

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