“MOVIMENTI 2020 JO SQUILLO la carriera fa quaranta” di Fax Mac Allister

Dal palco un urlo lacera lo spazio, sul capo degli spettatori plana una pioggia di tampax imbrattati di rosso. Qualcosa sta succedendo a Milano, c’è una Squillo in città…dal 1980

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Qualcosa sta succedendo a Milano, in quella Piazza Duomo abbacinata dallo scintillio della Bela Madunina che veglia sugli edonistici saldi alla Rinascente.

Le fronti di una folla ammutolita vengono sfiorate dal tocco di un’icona. Nei giorni successivi si parla di una manifestazione e di una rivelazione, ma gli influssi taumaturgici della vergine in oro zecchino sembrano distanti. Dal palco un urlo lacera lo spazio, una giovane mano disperde nell’aria i doni, sul capo degli spettatori plana una pioggia di tampax imbrattati di rosso e l’ambasciatrice canta il suo messaggio imperativo “Violentami, violentami piccolò, violentami, violentami sul metrò…”

Lei è Jo Squillo, poco più che adolescente in una Milano 1980 ammorbata da un decennio di piombo. Punk dalla cresta verde, come l’Amazzonia minacciata dalla deforestazione capitalista, non ha alcuna intenzione di arruffianarsi il consenso del pubblico gorgheggiando il bel canto sentimentale, infatti lancia in faccia degli assorbenti (apparentemente) utilizzati. Sembra non curarsi dell’intonazione, Jo irrompe squillante.

Con quella “Violentami” sovverte lo schema dello stupratore che abusa delle giovani ragazze incitandolo alle prodezze da maschio italico, “sono nuda e tu hai paura”. Nonostante la diffidenza popolare, la censura democristiana dei media, la latitanza delle major discografiche, Milano si arrende. C’ è una Squillo in città.

Mi chiedo quanto un’artista sia effettivamente consapevole del viaggio che i suoi messaggi compiano fino a raggiungere le vite altrui, entrando nelle loro case e popolando i ricordi nel tempo. Come per un effetto farfalla, molto lontano da Milano e dall’Italia, quella vibrazione punk raggiunge la vita di un bimbo con il 45 giri di “Avventurieri”, mischiato casualmente fra i vinili delle canzoni dei cartoni animati. Allora ascoltavo solo musica per bambini, ero convinto che “Avventurieri” fosse la sigla italiana di un anime giapponese avveniristico sui robot, anche perché la foto di Jo sulla copertina del disco ricordava i personaggi disegnati da Miyazaki.

Nell’Estate del 1992 partii con i miei genitori in Italia per una vacanza a Sanremo, la città di origine dei miei nonni italiani. Avevo nove anni. Una sera Giulio, il mio cugino più grande, mi porta ad ammirare i fuochi d’artificio a Santa Margherita Ligure. Ci imbattiamo in un concerto dal cui palco incalza il motivo “Te gusta? Me gusta. È questa la cosa giusta!”

Giulio esclama “Ma è Jo Squillo!” Quel nome mi illumina e riporta alla copertina di Avventurieri. Fatico a riconoscerla per il cambio di look avvenuto dalla stagione punk a una moderazione pop. Rapito, mi immobilizzo ad ammirare il mio cartone animato che prende vita sul palco in una leggera sera d’Estate. Dimentico i fuochi d’artificio e convinco Giulio a rimanere per assistere al concerto, poi Jo indossa un cappello da cow girl e una maschera contro le radiazioni nucleari, canta “Terra Magica”.

È giunto il tempo della ribellione, getterò la valigetta con i vinili delle avventure sonore dell’Orso Puddington e la sigla di Penny Crayon, da oggi io ascolto SOLO la Squillo. Imploro Giulio di acquistare per me in un negozio di dischi la musicassetta dell’album “Movimenti” promettendogli che mia madre salderà il conto perché mi ha concesso di scegliere un regalo per il prossimo compleanno. Sono un omino felice, stringo quella cassetta come un bottino prezioso, la cover ritrae Jo bendata in un’ammiccante versione piratesca. L’album sarà sottoposto al vaglio censura di mia madre, contrariata per l’acquisto spontaneo e timorata dei messaggi contenuti nei brani. Dopo un ascolto si approva l’album e mi viene riconsegnato.

Ho amato “Movimenti” fino a logorare il nastro per eccesso di ascolti, fino a logorare l’equilibrio psicofisico della famiglia. Saltavo sopra il divano nella mia camera come la Squillo al concerto versione pirata cow girl post-atomica urlando “TE GUSTA? ME GUSTA. È QUESTA LA COSA GIUSTA!”…Divano sfondato. Sentenza patriarcale: L’artista dall’appellativo licenzioso esercita una pessima influenza sul giovane soggetto e minaccia l’integrità delle suppellettili. Pena inflitta: confisca dell’album Movimenti per quindici giorni. Indulto concesso: nessuno.

Succede che nel Maggio 2000 termina la guerra tra Eritrea ed Etiopia. L’Eritrea è libera, finalmente potrò raggiungere Massawa, la città sul Mar Rosso che tormenta dolcemente il mio immaginario attraverso gli aneddoti dei nonni dal periodo coloniale. Alla tv vedo le immagini dei combattenti eritrei che calzano gli shida, i sandali di gomma simbolo della resistenza. Sulla copia di un quotidiano in lingua italiana arrivato dal consolato l’autore dell’articolo definisce quei soldati degli AVVENTURIERI. Un caso? Prima di chiudere la valigia ripongo fra gli abiti il 45 giri Avventurieri di Jo Squillo. Non so se potrò ascoltarlo a Massawa, non so se qualcuno potrà, ma sento di volerlo portare con me. Massawa è a pezzi, sventrata dai bombardamenti. I miei coetanei eritrei mi appaiono alieni, circondati dalla distruzione sono ottimisti, pieni di energie come gli eroi di un anime giapponese sui robot. Al tramonto osservano tranquilli il mare calmo fra le macerie italo moresche. Una vecchia balera italiana crivellata dalle pallottole ha preservato dalla rovina un giradischi. Il proprietario accompagna cauto la puntina sul vinile, mi allontano dal locale. Tra le ombre crepuscolari della città l’aria ferma viene attraversata da♫”E se credi che l’avventura sia finita ormai, giovani speranze, nuovi eroi. Il pilota dello spazio attraverso il tempo dice che mi trovo molto a sud. Non ricordo più le strade, sogno solo cose nuove…♫ Lascerò il 45 giri nel locale a Massawa perché compia nuovi percorsi e raggiunga delle altre vite su questa Terra magica.

Ora siamo nel 2020. Una pandemia virale paralizza il pianeta. Johannesburg è deserta blindata nella quarantena. Confinato nell’appartamento non godo di una panoramica particolarmente pittoresca, l’Estate australe si sta estinguendo. Leggo online i quotidiani locali, poi quelli britannici, scovo più faticosamente aggiornamenti dall’Eritrea, verifico la situazione in Italia…e in evidenza sul Corriere della sera “Milano Il dj set su Instagram di Jo Squillo contro la quarantena fa impazzire la rete.” -CORTO CIRCUITO TEMPORALE- Milano 1980, Corriere della sera “Piazza Duomo, una diciottenne punk urla il suo inno ribelle lanciando dei tampax usati in faccia al pubblico, è Jo Squillo” –

Ancora una volta, distante dall’ epicentro creativo, vengo raggiunto dalle vibrazioni artistiche dei tuoi MOVIMENTI, e chi se ne frega se non apri il Superbowl o se non sei nella top scaricamenti digitali. Sono 40 anni di carriera, nove album pubblicati, decine di singoli autoprodotti, una rete televisiva fondata e diretta personalmente, le capitali della moda come fashion reporter, l’installazione di un muro delle bambole creata come simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Una donna adulta con l’energia di una ventenne che lavora tanto senza cedere alle lusinghe dello showbiz gossipparo. Felice quarantesimo amica mia, che i prossimi 40 siano ugualmente folli e creativi.

Ci sarà sempre posto nella mia track list per un “I love muchacha”. Se non prevedi la pubblicazione di un cofanetto celebrativo audio video 40 special… almeno su un singolo inedito like a spinball per l’Estate boreale CI CONTO!

STAY PUNK, STAY SQUILLO. MOVIMENTI DUEMILAVENTI.

Fax Mac Allister

Movimenti 2020 di Fax Mac Allister Copyright ©  http://www.faxmacallister.com

LONG WALK TO POLYESTER

ALORE

Credevo che la mercificazione ideologica fosse il busto scalda vivande dalle fattezze craniche mussoliniane avvistato in un bugigattolo di paccottiglia sulla riviera adriatica. Allo scoccare del timer un “♫Sanzionami questo♫” segnala che il pasto è pronto. Il testone si scoperchia come uno scrigno e un’autarchica porzione di lasagne restituisce il vigore all’italico patriota (altrimenti incline alle tentazioni della cucina forestiera). Sulla nuca del monolitico fornetto un’etichetta riporta MADE IN PRC… “♫Sanzionami questo♫” ma il Dragone ti si è insinuato sul retro.
Questa mattina delle correnti di tutt’altro spessore si sono palesate sotto inattese spoglie.
Sul vagone della tratta Port Elizabeth-East London una procace passeggera si prepara a scendere dal treno in prossimità della stazione di Grahamstown. Chinata per recuperare il bagaglio esibisce un posteriore fasciato ai limiti del sottovuoto da un paio di leggins giallo fluo illustrati. All’altezza dei glutei un doppio profilo speculare di Nelson Mandela sorride bonario a se stesso.
Sì, proprio Madiba, proprio lì…
Un’esistenza votata al sacrificio, una lotta di liberazione del pensiero planetario e passi da Robben Island al Nobel, per stamparti sopra un culo 90% acrilico piagato dalle scomodità di un viaggio in economy.
Caro Nelson, farei il possibile per dimostrarti che non è stato tutto inutile, che l’alito dei tuoi proclami seguiterà a volare alto e che non sei solo. QUINDI scommetto 50 rand che in un market di casalinghi troviamo i cotton fioc stucca cerume nel pacco risparmio con gli aforismi del Mahatma Gandhi…

Fax Mac Allister “RONDOM ZUID AFRIKA”
A life in a Fax Copyright ©  http://www.faxmacallister.com

The arctic heart of Lene

 

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The young Lene lived on the northernmost farm in the Kingdom of Denmark, those frozen oversea lands far from the Queen’s Palace, where snow falls abundantly and the cold wind howls. Lene was a goose keeper. She was very beautiful, but selfish, petty, arrogant and a social climber. She despised her humble peasant status profoundly and mistreated the defenceless birds over which she had to watch. One morning, she was summoned to sell a goose to the burgomaster, who lived in the large house used by the head of the village. She was greeted at the service door by Arnak, the Inuit kitchen maid. Once in the kitchen, the animal wriggled free and flew towards the noble part of the house, landing on the pendulum clock in a small dining room. It caused uproar in the room, which had never seen such confusion. Lene, Arnak, and a band of servants scurried around trying to capture the bird, tumbling over the carpets and slamming against the furniture. The goose escaped the attempts to capture it, hurtling against the picture frames and drapes, sheltering on the velvet armchair, knocking over the candlestick. The bedlam startled Jakob, the burgomaster’s young son, who arrived to see what was happening. When Lene finally ended the escape by catching the goose, the small dining room looked like a battlefield in a gory Viking saga.

Arnak, the kitchen maid, was mortified, begging for the young Jakob’s forgiveness, while quickly trying to clean up the mess that had been caused. However, Jakob was not at all angry, but rather amused, if anything. Only then, once order was restored, was Lene able to notice the warm elegance in the noble small dining room, the furnishings, the glow of the fire in the tiled fireplace and the decorations on the upholstery. After being paid, Lene walked the path back to her farm filled with rancour, envious of the wealth of others. She returned to the burgomaster’s house several times to sell geese and even managed to exchange a few quick greetings with Jakob, who was kind to everyone, even to the servants.

Lene considered Jakob a fool, unable to enjoy the riches and be authoritarian towards his subordinates, as she would have done. She thought she could take advantage of Jakob’s weakness. Although she did not love him, she dreamed of marrying him, abandoning her family’s hovel and being waited on by servants. During her brief visits, to win the boy’s attentions, she wore a bear’s rib clasp, taunted the dusty appearance of Arnak, the kitchen maid, and the corpulence of Grethe, the cook.

However, nothing new ever happened, Jakob would smile and politely say goodbye. Impatience riled Lene and, back on the farm, her parents and the animals bore the brunt of her frustration. It was during the thawing season that something changed.

The ice melted, the grasslands of the tundra bloomed with rosy willowherb and purplish dwarf birch. The shy Jakob also became brighter and more talkative. He could be heard laughing and humming in the well-kept library where he spent long hours studying. Naturally, this change did not escape Lene. Jakob would stay longer to talk to her, question her on the habits of her geese or point out the valleys where the Arctic cotton that they loved to feed on blossomed. She continued to consider him a fool, but indulged him mellifluously.

Then, one day, in a flash of embarrassment that made his face turn red, Jakob asked Lene – “Can I see your hand?” – The girl held out her hand confidently, spreading her fingers. – Extremely awkwardly, he quick told her – “Come back tomorrow, but do not bring any geese!” – And the first snowflakes announced the end of that brief Nordic summer. The following morning, at the house of the burgomaster, Lene was hastily led by a dazed stuttering usher to the study where the master of the house made the most important decisions. The most esteemed jeweller in all of Scandinavia, who had come specially from the Faroe Islands on an imposing wooden ship with elegant caskets, awaited her to perform a meticulous measurement of her ring finger. The gold ring embellished by a glacial gem emanated a hypnotic light. Lene contemplated her hand in a haughty smile that turned into a grimace, as if the reflections of the jewel kidnapped her thoughts and projected them in their authenticity. She would become Jakob’s wife, who, despite being insipid, had succumbed to her beauty. – “Lele Lele Len Lene! … Gige giv givvv give ba give back the ri rin ring!” – The uscher’s voice interrupted the daydream. Lene hesitated, glaring at the stammering man who, she thought, she would have fired immediately after the wedding, and handed back the wedding ring. The girl was told to keep the meeting with the goldsmith from the Faroe Islands a strict secret. Nobody should have the slightest inkling of the plans for a wedding before the official announcement. Lene obeyed, but from that moment her rudeness towards the humble and the weak became fully unleashed, sometimes ruthless, as she waited to become part of the burgomaster’s family. One day, during a heavy snowfall, while cursing at the geese in the enclosure, she was surprised by the visit of the stammering usher – “He he he hello Le Le Le Lene, the they are wa wat wait waiting for ye you a at th the huh huh house of th the Bo Bo Bo Boorgo ma mamaster.Yuh yuh young mi mister Ja Ja Jakob ha ha has se set the da date ooof the we we wedding and wi wishes ye you to b b be there fo for the ann annou announcement, which… “- Shocked by a sudden surge of strength, the young goose keeper interrupted the messenger with a triumphant laugh, preventing him from continuing. Finally, her wait was over and her wishes had been fulfilled! She threw down the bucket bird food, brushing aside the odious birds for the last time, and left the stunned man behind.

She went into the farm to comb her hair and put on her best cloak. Her worried mother questioned her about what was going on, but the arrogant Lene ignored her. The agitated woman followed her for a while along the path, asking her why she had left the geese enclosure and thrown down all the food. Finally, Lene gave her an answer – “The son of the burgomaster has asked my hand in marriage, there’s no longer time for geese.” –

Her mother stopped in the snow in disbelief on hearing the revelation – “The burgomaster’s son wants you, Lene?” – Then, very simply, she pointed out that – “Your father knows nothing about it and you cannot marry without our consent. We need to meet the young man.”-

Lene, smiling at her sympathetically – “Mum, look at your coarse apron. Would Jakob still wish to marry me if I were to go to his sitting room accompanied by two peasants? What elegant carpet would wish to be smeared with your boots covered in dung?” –

Then she turned and continued on her way to the village. Her mother wrung her hands together, a goose that had made its way onto the fence screeched at Lene, who disappeared as if swallowed by the whirling snow.

During the journey, the girl encountered some villagers, Olaf the cod fisherman, Hanna the seamstress and Grimur the shepherd, who as always wished her a good day. She, however, looked away from them with a haughty snort and didn’t bother replying, considering them unworthy. In front of the burgomaster’s house stood a shiny sleigh pulled by six elegant reindeer, with fluffy silk bows on their horns, embellished with golden bells around their necks and kept warm by embroidered blankets.

Lene imagined herself sliding into that stately sleigh on her wedding day, beautiful, bejewelled, applauded and envied by everyone. A roar of applause came from the mansion and Lene knocked curiously.

A bitter surprise awaited when the door of the house opened to reveal the truth. In the elegant small dining room, near the lively fire in the tiled fireplace, in front of an audience of modest villagers, Jakob held the hand of Arnak, the dusty Inuit kitchen maid. There were the carpenter, the teacher, the snowplower, the innkeeper, all the artisans and the workers of the village. Among those present, Lene also recognised the messenger who had summoned her shortly beforehand. Bewildered, she glanced at the rough boots that Arnak wore on the precious carpet in the room. A maid handed the goose keeper a cup of hot tea.

There was another knock on the door and Olaf the cod fisherman, Hanna the seamstress and Grimur the shepherd came in. Jakob then began to speak – “Now that you are all here, I would like to thank you for accepting our invitation. You have always been trusted associates of my family, good friends and honest workers in this community. We are pleased to announce that Arnak and I will soon be married and we would like to invite all of you to the wedding banquet… The young man gently held up Arnak’s hand, which was cracked and marked by fatigue, and slipped on the bright ring from the distant Faeroe Islands. The din of broken crockery smashing against the floor echoed in the room. Lene had dropped her teacup and, her face livid, she trembled and shook her fists – “No! How can you marry her? Arnak, the kitchen maid! Just look at her, her hair is frizzy, she’s covered in dust, her boots dirty your carpet and she’s so insipid!”-

Grethe, the cook, murmured in disbelief – “Lene! How could you say such a cruel thing?” –

However, Lene continued, contemptuously – “Shut up, fatso! You’ve tricked me. You’ve just used me!” – Then, pointing to the messenger – “That stupid man deceived me. Curse you all!” – Then, turning to Jakob and Arnak – “May you be accursed, may your marriage be damned!” – Overcome by anger, she ran away, leaving the spouses and their guests stunned by her curses. Outside the mansion, the young fury tore the silk bows from the horns of the reindeer. Heading back towards the farm, she kicked the piles of snow on the roadside, screaming, beating her fists against fences and throwing stones at the windows of houses. When her mother saw her appear in such a pitiful state, she questioned her mockingly – “For the Crown of King Christian! You’re here, Lene. Where is your husband? I can’t see any pages or liveries…” – Then, turning her back on her, she went into the house.

A goose, that had escaped from the enclosure, screeched petulantly at the keeper. Lene felt as if even the bird was mocking her. She grabbed the stick with which she often beat the animals and pounced on the goose, twisted its white neck and began to beat it. White feathers swirled towards the leaden sky as the snow turned red. The flock inside the encounter whined desperately in a helpless chorus. When the slaughter was over and Lene calmed down on all fours, she saw a whirl of frozen dust rise and the bird drained of blood come miraculously back to life, only to turn into a beautiful woman with fluttering hair and a dress made of ice. She was really a powerful fairy of the North. The frightened keeper was unable to find the strength to get up or call for her mother’s help…The continuation of the story is available on Amazon

-“The arctic heart of Lene”- All rights reserved. The use, in whole or in part, of the contents of this story is forbidden, including the storage, reproduction, reprocessing, distribution or distribution of the contents by any means of printing, audio, video technology platform, stage-theatrical representation, support or electronic network, without the prior agreement of the author Fax Mac Allister macallister1812@gmail.com

 

Fax e basta

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Mentre procedevo sul sentiero innevato, il bambino alle mie spalle gridò

-“Hey! Come ti chiami?”-

Io, voltandomi -“Fax.”-

Lui, incerto -“Fax?”-

Confermai -“Sì, Fax. Fax e basta.”-

Lui, salutandomi con un cenno di mano -“Okay, ciao Fax e basta. Buon Natale!-”

E proseguii verso la fattoria dei Singer.

Fax Mac Allister e il bambino sulla neve
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