AMORE AL MACELLO

BUTCHERED LOVE

AMORE AL MACELLO
di Fax Mac Allister

La prima volta non si scorda mai, purtroppo.
La mia prima volta con Liam, il pattinatore dai glutei stellati, la volevo dimenticare.
Per questo, matricola al college in Sudafrica, creai un profilo su una chat gay. La necessità di essere amati spinge a commettere delle scelte confuse. Dovevo essere davvero confuso per cercare l’amore in un sito che misurava le probabilità di trovarlo sui centimetri in dotazione.
L’amore passava poi da un questionario che chiedeva se fossi attivo, passivo, versatile nelle gang bang, all’aperto o da interni, disponibile al pissing, bukkake, fisting, quanto amassi masticare i capezzoli o pressare i miei con le pinze, farmi legare, appendere, impalare, sostare al crepuscolo nella piazzola dei tir davanti al fast food per camionisti di Edemburg, frustarmi i testicoli con un fascio di ortiche del Limpopo o con un rovo del Karoo…Decine di varianti per tracciare il profilo della vacca ideale, pronta a condividere le sue carni, PER AMORE. Sembrava che tutti gli utenti collegati cercassero il principe azzurro, ma in attesa di riconoscere lo strepito degli zoccoli del cavallo bianco non disdegnassero rovistare l’arsenale di qualche arciere di passaggio.
Aprii un profilo moderato e funzionò.
La parvenza del pudico ventenne da alfabetizzare all’eros suscitava una fila di pulsioni hardcore quanto quelle dichiarate platealmente. Districandomi nell’umida giungla di erezioni rigogliose giunsi al profilo di “ForEverHard”.
Una brillante strategia di emancipazione dal superficiale pattinatore tatuato.
Dietro al sempre duro nickname si celava Joshua, 35 anni da Sandton, azionista nel settore minerario, spesso in trasferta nel Free State, sicuro di sé, realizzato professionalmente, gli occhi azzurro algidi, una fantastica fossetta sul mento e quella voce virile dalle proprietà orgasmiche.
C’era qualcosa di nuovo nel gioco dei ruoli che si era creato fra me e Joshua. Lui esperto e fascinoso, io acerbo in fase di collaudo.
L’idea di frequentare un uomo più grande di quindici anni, sfidare la mia immaturità sessuale facendo di lui un mentore, mi poneva nel costante bilico tra il timore e l’eccitazione per il rischio.
Da neofita del sesso assumeva un’aurea trasgressiva anche quello che non lo era, ma riponevo in Joshua la fiducia nel farmi guidare dove prima avrei dubitato di giungere.
Fiducia che si stemperò alla sua richiesta di sesso senza preservativo. Declinai. Fu il primo “NO” e i turgori svigorirono. Avevo infranto il gioco di accondiscendenza, l’ombra di un mio rifiuto rendeva per lui meno eccitante il nostro rapporto. Affrontai la questione apertamente. Avrei accettato se entrambi ci fossimo sottoposti al test hiv e mi avesse garantito che escludeva amplessi con altre persone. Mi accusò di essere diffidente, si dichiarò deluso e tradito.
Mi chiedevo come un sudafricano potesse concepire la leggerezza meditata del sesso non protetto. Come poteva essere certo che io fossi a posto? Ero iscritto in un ateneo internazionale dove frequentavo il Drama Department e abitavo nel residence del campus, tutti i requisiti per una cittadinanza onoraria a Sodoma.
I dati sulla diffusione di Aids e Hiv nell’Africa australe raccontano uno sterminio silenzioso che si compie per effetto di una guerra senza deflagrazioni. Luther, il mio compagno di corso namibiano, confermava che il business delle pompe funebri aveva reso suo padre uno degli uomini più facoltosi di Mariental.
Il sagace patriarca aveva però seppellito due dei suoi figli sieropositivi. Nonostante l’hiv sia diffuso gli africani provano molta vergogna a parlarne. Nelson Mandela, sulle pagine del Sunday Times condivise la scomparsa del suo secondogenito “Lo dico pubblicamente, perché il virus non sia un tabù, mio figlio è morto di Aids”.
Il nostro maestro di danza contemporanea biasimava la molliccia campagna di prevenzione sessuale programmata dal College. Preferiva condurci la Domenica mattina nel reparto di malattie infettive dell’ospedale civile e imporci come aiutanti agli infermieri.
Un confronto pratico con le conseguenze delle scopate disinvolte.
Ma è anche una realtà che milioni di persone hiv+ in Sudafrica e nel mondo conducono vite longeve e prive di limitazioni.
Appena giunto nel luminoso Free State dal fosco Colinshire ero uno straniero diffidente tormentato dall’ombra dell’epidemia.
Dopo sette giorni le ombre diventarono persone, nomi, storie, amici, compagni di corso, vita.
Detestavo ammetterlo, ma per la faccenda del bareback con Joshua avevo bisogno della valutazione di uno scopatore seriale…LIAM, il pattinatore dai glutei stellati che mi aveva tradito con il barista del Romeo nei cessi del locale.

Sono le 8.10 del mattino. Liam è in ritardo. Seduto al dehor di una tavola calda boera fingo di memorizzare le battute di un monologo per conferire all’attesa un distacco disinteressato. La cameriera indossa un costume tradizionale afrikaner rabberciato.
È irritata perché occupo il tavolino senza ordinare, io quanto lei perché comincio a temere l’umiliazione di un bidone all’appuntamento.
Dal pergolato pendono i glicini che disperdono petali viola sul mio copione. Un polveroso pick-up con il cassone carico di pecore lamentose inchioda davanti al locale. Sgusciano dall’abitacolo due giovani farmer con fucile a tracolla seguiti da un cane.
Distraggono la cameriera con lusinghe ruvide che lei non disprezza. Ordinano frittata di funghi saltati, speck e birre.
Poi lo scorgo librare sui roller appena svoltata la collina dei girasoli. Plana sull’aria sfiorando il lastricato con il portamento di un atleta ellenico in slim shorts e canotta fluo. Mi odio perché lo penso, ma penso che non ricordassi quanto fosse bello.
Incurante della panoramica luminosa che sembra studiata da un team pubblicitario per celebrare il suo ingresso, Liam frena davanti al dehor. Ha colorato con striature smeraldo i capelli biondi.
Il cane lo circuisce con latrati rabbiosi. Gli allevatori lo richiamano severi ma fissano Liam sprezzanti.

Guardo il cane ringhiare mentre lui si accomoda -“È il comitato di accoglienza che ti meriti…”-

Sorride smagliante -“Sono in ritardo!”-

Io, nervoso -“Certo che lo sei, ti avevo scritto che ho lezione alle nove.”-

-“Scusa! Ma lasciami parlare prima che mi spieghi perché siamo qui, ho pensato a un discorso. Farei qualunque cosa per farmi perdonare Fax. Sono stato pessimo, tutte le bugie, il tradimento. So di aver fatto sanguinare il tuo cuore.”-

-“Beh mica solo quello, visto che ti sei preso la mia verginità!”-

I due farmer ci osservano dal loro tavolo.
Io mi schiarisco la gola e modero il tono della voce, ma continuo ad aggredire Liam -“E poi piantala di parlare come in una soap opera.”-

-“Volevo dare un tocco teatrale al discorso, pensavo ti facesse piacere.”

-“Non è teatrale, mi dà sui nervi! Sembri la caricatura di un episodio di Egoli.”-
Una tensione fastidiosa si concentra sulla mia epiglottide, respiro per combattere il reflusso di rancori e ammetto -“Però un tocco teatrale c’è …”- Gli mostro la coincidenza nel titolo del copione che sto memorizzando, “Il ragazzo dai capelli verdi” di Betsy Beaton.
 
Lui, divertito lisciandosi il ciuffo smeraldo con la mano -“Wow! Sono già diventato leggenda!”-

-“Sicuro, se i cessi del Romeo potessero parlare…”-

-“Comunque Fax sono contento del tuo messaggio, non pensavo di risentirti.”-

-“Neanche io, ma ho un secondo fine.”-

-“Spara!”-

-“Prima ordiniamo, rischio due ore di training a stomaco vuoto con quell’invasato di Kosta.”-

-“Quel tipo balcanico che vi addestra come militari?”-

-“Lui!”-

La cameriera ci porge caffè e waffel con i bricchi di sciroppo d’acero e cioccolata fusa. Dal tavolo dei farmer si leva un rutto, lei sghignazza complice.

Mentre annego il mio pasto sotto una colata iperglicemica dico a Liam -“Ho visto il tuo profilo sulla chat Gayza, scrivi che cerchi l’amore.”-

-“Beh, è la verità!”-

-“E come mai le pose della tua gallery sembrano la fase preparatoria di una colonscopia?”-

-“Per mostrare le stelle! Che senso ha tatuarsi il culo se nessuno può vederlo?”-

-“Sei una vittima dell’altruismo. Ma non temere, in quelle foto si vedono le stelle, i pianeti  e un buco nero.”-

-“Cosa avrei dovuto fare? Non hai più voluto saperne di me.”-

-“Devi prestarmi il tuo culo Liam, ecco cosa devi fare!”-

-“Non credevo lo volessi ancora!”-

-“Non voglio scopare con te, idiota!” (Mentivo, volevo eccome). “Devi contattare un tipo che frequento dal tuo profilo Gayza, per capire che intenzioni abbia.”-

-“Sei fuori? Scordatelo!”-

-“Oh, ma dai! Hai detto che faresti qualunque cosa per farti perdonare. Mi trovo in una situazione spiacevole e in parte sei responsabile.”-

-“Io?”-

-“Dovevo dimenticarti e forse nella fretta sono riuscito a trovare un soggetto peggiore di te.”-

-“Ti tradisce?”-

-“No! Non lo so. Mi ha proposto sesso condom free.”-

-“Non lo hai fatto?”-

-No. Gli ho chiesto il test hiv e si è offeso.”-

-“È un idiota!”-

-“Capisci perché ho bisogno di te?”-

-“Ma non puoi aprire un profilo fake con la foto di un concorrente del Big Brother svedese come fanno tutti?”-

-“Io non rubo le foto di uno svedese, e poi nessun reality ha mostrato il culo come fai tu in quella gallery.”-

-“Mi descrivi come una puttana senza morale!”-

-“Liam, non costringermi a essere amaro…Da quando hai le stelle sul didietro ricevi più visite del planetarium di Naval. Provocalo un po’ online e fai qualche domanda su di lui, i tuoi amici del Romeo sono un comitato di comari del gossip.”-

I due allevatori si dirigono al pick up seguiti dal cane, uno di loro sputa per terra nella nostra traiettoria, l’altro mugugna -“moffie.”- (frocio in afrikaans).
Liam ha le labbra lucide di sciroppo, le ripulisce con un giro di lingua, mi diventa duro.
Accetta la missione -“Va bene, ti aggiorno fra una settimana.”-

-“Ti dò quattro giorni. Devo rivederlo nel week end!”-

Aspetto che passi l’erezione, mollo conto, mancia e fuggo via verso il campus. Kosta mi farà vomitare il waffel di corsa a salti e piegamenti in serie da 20, secondo uno schema di allenamento che chiama “suicidio”.

Quello che succede quando Liam Van Heerden è online su Gayza è la metafora di ciò che era accaduto giorni prima nel vicino Zimbabwe, teatro di un tracollo economico-finanziario epocale.
Nel Paese, definito fino al 2000 “Granaio d’Africa” o “Svizzera del Sud”, un camion carico di bestiame si ribalta per una manovra distratta.
Un gruppo di affamati spettatori sulla strada assalta le vacche e le scuoia vive a pugni e mazzate contendendosi le carni macellate a mani nude. Uno scenario splatter degno di un b-movie, di una tragedia greca o di una chat per incontri fra allupati.
Nella tragica, metaforica calca di affamati di carne di vacca, si identifica un conoscente…

Lo attendo in pausa pranzo sul prato della facoltà di discipline sportive. I rugbisti del college si allenano al sole regalandomi una panoramica notevole. Liam arriva a piedi reggendo i roller con le mani.
Si siede sull’erba e accenna un sorriso vacuo.

Io sospiro intuitivo -“Lo sapevo…spara.”-

-“Avevi ragione, sei riuscito a trovare un soggetto peggiore di me.”-

-“Quanto peggiore?”-

-“Si chiama Isak, non Joshua. Ha 42 anni. Non è di Sandton, vive a Kymberly con sua moglie, hanno una figlia di dieci anni. Si sbatte un biondino minorenne che va al liceo di Fichardt Park. Tira coca e non è nuovo al bareback. L’unica cosa vera è il suo lavoro, i diamanti.”-

-“Però! Quanto chiacchierate al Romeo…”-

-“Mi dispiace Fax.”-

-“Mi ha detto ti amo al secondo appuntamento, dovevo immaginarlo.”-

-“Già, non credere mai alle parole di un maschio sulla soglia
dell’ orgasmo. Io Sabato ho ansimato una proposta di matrimonio al fattorino della pizzeria.”-

-“E non lo sposerai?”-

-“Per ora no, si è arrabbiato.”-

-“Perché?”-

-“Credo c’entri il fatto che Lunedì ho scopato il tipo che dà i volantini per la promozione quattro formaggi.”-

Scuoto il capo. Liam incalza -“Fottitene Fax, fatti un giro su uno di quei rugbisti. Ti presento io qualcuno.”-

-“Si fa un biondino del liceo? E vuole convincermi a cavalcarmi a pelo!”-

-“Se vuoi lo faccio pestare. Conosco un ex carcerato sempre pronto ad aiutarmi…”-

-“Sei dolce, però no, devo affrontarlo io.”-

Stavo da schifo, una latta di carne in gelatina, così mi sentivo. Uno scarto di macello in lattina sottoprezzo esposto sugli scaffali di un discount, mentre un accattivante fast food offre hamburger, patatine dorate e gadget. Mi tormentavo immaginando Joshua (ora Isak) scoparsi quell’adolescente, odiandomi per non essere biondo e per essere tutto quello che ero. La richiesta del sesso non protetto poi, accompagnata da un’infilata di stronzate sul completamento di un sentimento mai provato prima, che avrebbe consolidato il nostro rapporto da un vincolo di complicità…
Izak ignorava fosse caduta la maschera di Joshua, ma ignorava soprattutto quanto pericoloso e vendicativo fosse un ventenne umiliato che indossa la maschera dell’ingenuo, rassicurante, bravo ragazzo.

“Una serata memorabile”, questo gli avevo promesso.
Dall’anta dell’armadio nel dormitorio lo specchio mi riflette sobrio ed elegante.
Prelevo i due biglietti dalla cassettiera alla testa del letto.
Li custodisco separati, uno nella tasca destra dei pantaloni, l’altro nella sinistra. Quei cartoncini riveleranno “qualcosa” nel memorabile appuntamento.
Ho scelto io il ristorante esclusivo in Brand Street, dove, casualmente (?) quella sera si riuniscono le Dame Boere della Carità Afrikaner, una congrega di borghesi razziste che alterna l’hobby della filantropia alle kermesse stagionali.
Joshua mi preleva con il suo coupé fuori dal campus.
Commenta quanto i pantaloni mi disegnino bene il culo.
Mentre guida preme la mia mano sul suo pacco per farmi sentire quanto sia duro all’idea di scoparmi dopo cena (finalmente senza guaine di lattice). Dice che sarà come una nuova prima volta, liberi, pelle contro pelle. Schiocca le dita sul ritmo della musica pop in un patetico eccesso di giovanilismo ostentato.
È sensuale, spavaldo, di ottimo umore, solo mi domanda perché abbia scelto un locale così pretenzioso. Imbocchiamo il viale alberato di Brand Street.
Mi imbarazza quando nel parcheggio lancia le chiavi dell’auto al posteggiatore armato di mitra -“Ti affido la bambina!”-
Il parcheggiatore in divisa non può saperlo, ma dentro di me gli prometto -“Tranquillo, lo distruggo prima del dessert.”-

Il ristorante è un edificio nederlandese di fine 1800, con soffitti alti dai pannelli dipinti e pavimentazione in legno, un ampio camino in arenaria e un proverbiale utilizzo delle luci soffuse. Alle pareti, sequenze di dipinti del Great Trek e scene di vita nell’ Oranje Vrijstaat. Un presidio della resistenza segregazionista che non si è arresa alle trasformazioni occorse al di là delle siepi potate chirurgicamente. Gli unici “non bianchi” presenti sono dei subalterni relegati alle mansioni meno esposte. Il pianista suona qualche inno, probabilmente tratto dal repertorio della Banda nazionalsocialista.
Joshua si incupisce un poco quando il maître ci conduce al tavolo centrale nella sala.
A pochi metri da noi la moglie del sindaco, adorna di una parure sufficiente a sanare il debito pubblico del Malawi, pronuncia un’arringa al convivio delle Dame Boere della Carità Afrikaner.

Ci accomodiamo. Lui, scruta la sala diffidente -“Avrei preferito un posto più intimo…”-

Io, ingenuo -“Non ti piace?”-

-“Certo, è carino, ma è lo stile formale che frequento per i meeting di lavoro.”-

-“Scusa, non lo sapevo…”-

-“Quante cose devo insegnarti.”-

Io, malizioso -“Che ne sai? Magari stasera scopri che ho imparato qualcosa di nuovo…e che so fartelo bene.”-

Geme sommesso -“Mmmh, non fare così o ti porto via subito…Ti va? Saltiamo la cena!”-

-“Scordatelo! Sulla carta dei dolci c’è il pudding alla malva e lo voglio!”-

Gioca sui doppi sensi tra il dolce e le farciture che mi offrirebbe al posto del pudding. Nuovi avventori occupano i tavoli circostanti. Controlla il tono della voce sussurrando.
Gli sferro il primo colpo quando il sommelier versa l’assaggio dello Château d’Yquem.
Mentre lui sorseggia il vino io incalzo -“Allora, IZAK, com’è?”-

Esplode un colpo di tosse nervoso, nebulizza il vino dalle narici e si tampona con il tovagliolo.
 
Il sommelier, preoccupato -“Qualcosa non va signore?”-

Lui si ricompone e lo congeda.

-“Perché mi hai chiamato così?”-

Io, candido -“Così come? Ti ho chiamato col tuo nome…”-
E tracanno il primo calice.

Sembra sospettoso. Dissipo i suoi dubbi avviando una vivace conversazione di aneddoti sulla vita al college, lui parla della frenesia di Johannesburg e delle ingerenze capitaliste di un magnate cinese nel settore minerario locale. Monopolizzo la bottiglia da cui attingo generose porzioni. Prima di assaggiare l’agnello glassato allo zenzero la mia lingua è sufficientemente sciolta da schioccare le sferzate -“Quell’industriale pechinese dovrebbe sapere che non si può prendere tutto senza riguardi. Digli che se trovasse il cadavere di una balena nel Colinshire, sarebbe obbligato a consegnare la testa e la coda ai Sovrani di Buckingham.”-

-“Ah, ah, sul serio?”-

-“Certo! Spesso ignoriamo la legge senza saperlo. Ci pensi mai?
È importante conoscere le consuetudini del posto in cui vivi. Per esempio, tu sapevi che in Kenya è vietato fumare tabacco per le strade?”-

-“No, non lo sapevo.”-

-“Ecco, vedi? E magari non sai che l’età minima per un rapporto sessuale in Sudafrica è 16 anni per gli etero mentre 19 per i gay. Non si capisce perché i gay debbano pensarci tre anni più degli etero prima di darlo via! Ma è questa è la legge.”-

-“Perché parliamo di questo?”-

Io, pacato -“Perché forse ti sei distratto, forse non sai che scoparsi un quindicenne in questo Paese è un reato!”-

Lui, gelido -“Ma cosa dici?”-

Dimentico di sussurrare -“Dico che tu, fottuto bastardo, vuoi montarmi senza sella quando raccatti chiunque in chat e fuori dai licei!”-

-“Cristo di un Dio, vuoi abbassare la voce? Ti sentono!”-

-“E allora? Tu sei un protagonista dominante, però ti dò una notizia, a volte i ruoli secondari ti sorprendono e ti fottono la scena! Nelle tasche dei miei pantaloni ci sono due biglietti, in uno c’è il numero di tua moglie a Kimberly, nell’altro quello della famiglia del biondino che ti sbatti. Chi chiamerò prima?”-

Isak si alza dalla sedia  -“Tu hai dei problemi!”-

-“Forse, ma i tuoi Isak Malan di Kimberly, sono molto più grossi!
I miei voti in impostazione della voce sono ottimi questo mese, se provi a fare un passo urlo alla sala che sei un pedofilo e faccio chiamare la polizia. Siediti.”-

Alcune adamantine signore della carità ci osservano.

Isak si mette seduto -“Fax ti prego, abbassa la voce…”-
 
Il maître ci raggiunge -“È tutto a posto signori?”-

Io -“Sì, bene! A parte lui che mi tradisce con uno studente molto giovane…Ci porta un’altra bottiglia per favore?”-

Il maître si dilegua sgomento.

Isak allenta il nodo della cravatta -“Va bene, cosa vuoi?”-

Scuoto il capo -“Isak, Isak, Isak, non puoi comprare tutto con la carta business. Beh, a parte questa cena…il vino costa quanto un semestre al college.”-

-“Allora che intenzioni hai?”-

-“Ahh, non mettermi fretta! Ti ho promesso una serata memorabile. La avrai. Mangia il coniglio affumicato e asciugati il sudore dalla fronte. Un po’ di eleganza.”-  

Mi servo un altro calice di bianco e infierisco -” Quindi tua figlia ha 10 anni? Che gioia essere padre! Però crescono così in fretta. La cartella, la merenda… Poi ti distrai, cinque anni volano e all’uscita di scuola al tuo posto la carica un tipo con un’auto sportiva cromata, e quella frega di brutto quando sei al liceo. Lei magari nell’astuccio delle matite conserva un profilattico, ma quel figo col pistone biturbo le promette l’amore oltre il lattice, e te la carica senza sella sul cofano in un parcheggio o, se fortunata, in una camera d’albergo. Adesso tu mi racconti sinceramente chi sei e perché volevi scoparmi senza preservativo come un untore mitomane. So una quantità di cose su di te, ancora un’altra bugia e ti prometto che la prossima festa del papà la celebri con i tuoi compagni di cella a Grootvlei.”-

E Isak, parla. Svaniscono le proprietà orgasmiche della sua voce nelle parole farfugliate, il mento con la fossetta trema, niente più sicumera. Emerge il vuoto di un quarantenne incapace al confronto maturo, ammorbato da un contesto socio famigliare ultra conservatore e capitalista. Mette compassione un uomo adulto che implora un ventenne di non distruggergli la vita, come se non fosse già a pezzi, con una moglie parcheggiata fra le cristallerie esibita nelle ricorrenze ufficiali.

Nel parcheggio del ristorante il sorvegliante armato guarda impassibile con un grugno verso l’orizzonte. Prima di salire sul taxi che ho chiamato per tornare indietro Isak mi domanda -“Cosa hai deciso di fare?”-

-“Non lo so, sono ubriaco e arrabbiato, è meglio non decida stasera. Tu comportati bene. E se ancora vai a letto con tua moglie, infilati un cazzo di preservativo in trasferta.”-

Monto sul taxi. Abbasso il cristallo scorrevole del finestrino -“Ah, un’altra cosa, mentire sull’età per ringiovanire è roba da…come le chiami tu? Vere checche…Addio, JOSHUA.”-
L’imperturbabile grugno del sorvegliante cede a un ghigno.
Sprofondato nel sedile posteriore dell’auto decomprimo la tensione, i nostalgici edifici coloniali di Brand Street scorrono fuori, l’aggressività lascia posto a una solitudine malinconica.
Estraggo i due biglietti dalle tasche dei pantaloni, sono completamente bianchi, nessun numero annotato.
Conosco molte meno informazioni di quante ne abbia millantate per spaventarlo.
Ciondolo dentro il campus, le rose emanano un profumo intenso dall’aiuola che disegna l’emblema dell’Ateneo. Gruppi di studenti sostano tranquilli sul prato alla luce dei lampioni. Il cielo terso vibra tempestato di astri come un abito di Cher al Superbowl.
Osservo quel luccichio confortato dalla distanza che mi separa dal Colinshire, dove le stelle non si vedevano. Che uomo sarei diventato se fossi intrappolato ancora in quella nebbia disperante? Forse anch’io commetterei torbide nefandezze e mentirei a tutti in una vita accettabilmente esponibile.
Nelle vene e nei reni mi scorrono 10.000 rand di vino pregiato.
Sono sufficientemente ebbro da rischiare un pugno in faccia.
Supero di un piano il mio alloggio nel dormitorio e busso a una porta.
Enoch, l’erculeo studente nigeriano, apre a torso nudo in pantaloncini bianchi. Una cafona croce metallica gli pende dal collo fra i pettorali gonfi. Dallo stereo della camera un rapper minaccia di ardere vivo qualcuno.
Lo anticipo prima che possa chiedermi cosa voglia -“Mentimi Enoch, tanto sono sbronzo. Prometti che se diventi gay sono il primo che ti farai.”-

Lui, con ovvietà -“Sicuro! Se divento frocio tu sei mio.”-

Scoppio a ridere per la prontezza della sua reazione -“Grazie! Buonanotte.”-

Faccio per allontanarmi ondeggiando lungo il corridoio e lui -“Brutta serata, Fax?”-

Barcollante annuisco -“Brutta…”-

-“Stai lì, mi vesto, ci facciamo una birra.”-

Voglio sboccare all’idea di bere ancora, ma non avendo toccato cibo durante quella cena di livore, delle patatine a effetto spugna non guasterebbero.
La destinazione è un pub untissimo gestito da un mozambicano fegatoso, con la segatura al posto della pavimentazione nei cessi.
Io, disinibito dal tasso etilico, mi sfogo davanti a birre e braai di pollo con un nigeriano etero, palestrato, irascibile e pentecostale.

Lui, brusco -“Ma ti lamenti pure? Magari le ragazze facessero così! Frigni perché il tipo scopa un po’ di manzi in giro. E allora? Scopateli anche tu, anzi, scopateveli insieme!”-

-“Dì un po’, hai praticato pattinaggio ultimamente? E se io fossi innamorato di lui?”-

-“L’amore? Hai vent’anni, è pieno di finocchi questo mondo, infilalo un po’ in giro e sii felice…”-

Il mozambicano dietro al bancone inarca le sopracciglia.

Enoch addenta nervoso una coscia di pollo -“Cristo, non posso credere di essere qui a incoraggiare un maschio bianco al sesso gay.”-

Io biascico commosso -“Sono così orgoglioso di te, Enoch.”-

-“Però devo ammetterlo, se prima di conoscerti avessi saputo in che squadra giochi, non saremmo mai diventati amici. Ora non mi importa tanto, sei a posto anche se strano.”-

-“Visto che sono ubriaco e domani mi scorderò tutto, posso toccarti i bicipiti?”-

-“Visto che non sono ubriaco e ti scorderai tutto posso gonfiarti la faccia a manate.”-

-“Mhh, adoro questo tono!”-

-“Non scherzo Fax, ti gonfio.”-

Quella Domenica mattina inforcai la bici per Harvey Road. Composi con un pennarello indelebile, nei bagni maschili della stazione ferroviaria, un annuncio eloquente con il numero dell’ufficio a cui rispondeva la segretaria di Isak. Un turno volontario all’ospedale civile e di nuovo a pedalate verso il campus. In sosta al semaforo mi affianca un camion con rimorchio carico di vacche. Osservo i loro sguardi acquosi e le saluto -“Lo so ragazze, la vita è un macello, ci vediamo in chat.”-
E via, verso il prossimo login d’amore su Gayza.

“AMORE AL MACELLO” tratto da “A life in a Fax” di Fax Mac Allister

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Autore: Fax Mac Allister

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