CONVERSIONI (ATTO II) Memorie di un giovane apostata nel Colinshire – Fax Mac Allister –

Annabel Spencer si era guadagnata un posto comodo in paradiso contribuendo economicamente a restaurare il tetto della chiesa. Poi se ne assicurò uno all’inferno minacciando il reverendo di scoperchiare il tetto nuovo, quando lui le preferì Greta Mac Donald come responsabile dell’associazione filantropica.

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Conversioni (ATTO II)

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La personal trainer per l’addestramento all’anglicanesimo fu mia nonna Laura Mac Allister, entusiasta per la sterzata dottrinale in direzione Canterbury.
Entusiasmo che io e Melissa mettevamo alla prova con domande tipo

–“Cosa mangiava Enrico VIII Tudor per essere così grasso? E quanto pesava? Quanto avrà speso per le bomboniere dei sei matrimoni? Tu c’eri al matrimonio di Maria Stuarda?”­-
Dopo un anno di training la Chiesa Protestante d’Inghilterra, per mano del Pastore Grimsson di Gardar, era pronta ad accoglierci come membri della comunità.
Dopo il suicidio di Agata Perego, sull’isola si chiacchierò molto della nostra conversione. La stampa locale trattava la faccenda alla stregua di un acquisto nel calciomercato, i notiziari vendevano il doppio delle copie quando i titoli esacerbavano gli animi fra le due nazionalità. Per evitare i corsi di recupero anglicani mio fratello John Mark scelse di rimanere cattolico come i nostri genitori. Come spesso accade, il dipanarsi della realtà differì da quello che avevo proiettato nell’immaginazione.
La prima ufficiale Domenica da protestante, si rivelò onerosa quanto quelle sofferte fra i cattolici. Mia madre scelse i nostri abiti per la funzione. A Melissa concedeva di sistemare sui capelli il cerchietto con la farfalla di seta, mentre a me negava di mettere il cilindro su cui avevo incollato una bandierina in poliestere del Regno Unito. A nulla servì negoziare sulla rinuncia del vessillo per abbuonarmi il cappello.Mi liquidò dicendo che era pretenzioso e ridicolo, che avremmo dovuto tenere un basso profilo per non favorire i pettegolezzi, che sarebbe stata creativa nell’assegnarmi una punizione per aver rovinato il cilindro; almeno quanto lo ero stato io conficcando la bandiera alla tesa.
I nostri genitori ci scortarono fino al portone di ingresso della Saint Thomas.
Davanti alla chiesa dal tetto in torba era appostato un fotografo della stampa e decine di italiani curiosi che ci fissavano con sguardo torvo, uno di loro sosteneva con le braccia sollevate un ritratto di Agata Perego. Al nostro passaggio, Sorella Ippolita da Tripoli aprì la sua sputacchiera metallica a scatto simile a un portacipria e vi sputò dentro austera. Abel e Selva li salutarono composti con un cenno, Melissa li affrontò con alterigia incoraggiata dal suo elegante cerchietto, io, suggestionato dal plotone sprezzante e dalla gigantografia di Agata, inciampai.
Prima di proseguire per la loro parrocchia i nostri genitori insistettero perché aspettassimo l’inizio della funzione all’interno della Saint Thomas, lontani da occhiate arcigne e obiettivi. Scelsi quattro posti a sedere vicino alla finestra, ci avrebbero raggiunti i nostri cugini Camilla e Bill. Mia sorella salutava una compagna di classe. Diversamente dalla Santa Maria, la Saint Thomas era luminosa e sgombra da paramenti, l’unico crocefisso stava sull’altare. Alla messa cattolica vigeva la separazione sessuale, maschi e femmine dovevano sedere su due file di banchi distinte.
Quella regola non era contemplata dagli anglicani, e a ragion del vero del fogliame mi colpì in pieno viso. Riaperti gli occhi vidi che Mrs. Annabel Spencer aveva parcheggiato il suo maestoso fondoschiena, ignara di avermi schiaffeggiato con l’arbusto che penzolava dal cappello. I suoi copricapo, farciti di frutta e fronde, la facevano sembrare reduce di un tamponamento col camioncino di Mr. Buttle il verduraio.
Supponevo che la corporatura schiacciata e rotonda fosse dovuta alla pletora di cianfrusaglie che le pesava sulla testa. Il Pastore Grimsson invitava i fedeli alla moderazione, ma Annabel Spencer si era guadagnata un posto comodo in paradiso contribuendo economicamente a restaurare il tetto della chiesa. Poi se ne assicurò uno all’inferno minacciando il reverendo di scoperchiare il tetto nuovo, quando lui le preferì Greta Mac Donald come responsabile dell’associazione filantropica.
Annabel era sposata con Lord Philip Spencer, proprietario di una miniera di diamanti in Liberia. Tutti nel Colinshire dicevano di lei che era una zoticona arricchita dal matrimonio. Ed è vero. Ma differenza degli altri arricchiti dell’isola, ad Annabel Spencer non era mai interessato assimilare il galateo per occultare le sue origini modeste.
I denigratori sapevano che quella donna non padroneggiava l’arte della diplomazia, e lo sapevo anch’io. Una volta da ubriaca mi aveva scambiato per il suo fratello più anziano che vive nel Copperbelt, e mi accusò di aver pisciato sul loro presepe nel Natale del 1944. Certo non avevo rotto con dei cattolici invasati per trattenermi con un’alcolizzata protestante.
La chiesa cominciava a riempirsi.Nel momento in cui scelsi il posto libero dove fuggire, la voce di Annabel echeggiò squillante ­

-“ Per la sedia di Edoardo! Ma tu sei Tex Mac Allister!”-

L’attenzione degli astanti fu richiamata verso me. Volevo morire, e speravo in una morte rapida, ma prima di estinguermi trovai sommessamente la forza per difendere un’ ultima volta il mio nome –“ Io, mi chiamo Fax.”­-
Lei ­-“ Oh è vero…che orrore! Ah ah ah!”­-
La risata reboante sfociò in un accesso di tosse grassa, la frasca incastonata sul suo cappello oscillava convulsa. Mrs. Spencer preda degli spasmi, si percosse il torace come un gorilla beringei dell’Uganda.
Interpretai il malore come un gesto di solidarietà da parte del Dio anglicano, che puniva lei per aver offeso il mio nome, e strizzava l’ occhio a me, riconoscente per aver rassegnato le dimissioni al Dio cattolico. Annabel, in apnea, rovistava dentro la borsa senza venirne a capo, quindi la capovolse rovesciandone il contenuto. Chincaglierie di ogni sorta rotolarono sulle assi di legno del pavimento.
Violacea in volto, con voce strozzata, agonizzò –“Le caramelle, raccogli le caramelle!”­-
Pensai di abbandonarla alla morte rantolante, rispettoso del disegno tracciato dal Dio anglicano a cui ero devoto da 3 secondi. Poi, valutato che troppi fedeli fossero testimoni dell’omissione di soccorso, la assecondai e le porsi da terra una delle palline avvolte in carta crespa mogano. Annabel ruminandola beneficiò dell’effetto sedativo, mentre il fogliame sul cappello accusava sbilenco il passaggio di un ciclone tropicale. Diede una spolverata alle pieghe dell’abito rosa confetto per ripristinare una parvenza decorosa, e risorta dal catarro come una fenice dalle sue ceneri, propose
-­“Se mi aiuti a raccogliere le cose avrai una caramella anche tu.”­-
Non volevo aiutare quella troglodita , ma sospettando che non avrebbe incassato un rifiuto, mi chinai carponi per recuperare il suo ciarpame. Con le natiche pasciute comodamente incollate al posto, dirigeva le manovre  –“Non dimenticare niente, il fazzoletto, è finito sotto i piedi di Mr. Higgins, e vedo una moneta sotto il banco…no, non là! Il banco nella fila di fianco.”­-

-“Se vado fin lì per raccogliere una moneta mi vedranno tutti!”-­
-“Così tutti sapranno quanto rispetti il denaro, anche quello di piccolo taglio. Avanti ragazzo non farmi discutere qui in chiesa.”-­
Non c’era paio d’occhi che non sorvegliasse la mia disperata operazione di raccolta (eccetto il paio di Sir. Barrett, rimasto guercio sotto lo schianto di una mongolfiera a Rochester). Pensavo che la prima Domenica alla Saint Thomas non potesse andare peggio, quando fui abbagliato dalla scarica luminosa di un flash. Il fotografo appostato prima all’esterno mi aveva immortalato strisciante , allungato al suolo per afferrare un miserabile penny.
Il nobile proposito di mantenere un basso profilo nella nuova chiesa naufragò penosamente nel fiume di brandy che Annabel aveva tracannato per colazione. Grazie a quella foto poco lusinghiera la stampa locale mi assegnò il podio per la posa più ingloriosa. L’anno successivo, in assenza di scoop a chilometro zero, fui scalzato da Sarah Ferguson la Duchessa di York, immortalata a succhiare l’alluce di un miliardario texano a Saint Tropez.
Come promesso Mrs. Annabel Spencer mi regalò una delle caramelle raccolte, ma non sarebbe bastato il pacchetto azioni di una multinazionale dolciaria per risarcire la mia dignità.
Le note di “The Lord Bless You And Keep You” si innalzarono dalle canne dell’organo, Annabel fece scempio della melodia con la sua voce.
Durante il sermone del pastore Grimsson, conscio di commettere un peccato di gola, scartai furtivamente la caramella e la infilai in bocca. Trasgressione di cui scontai una pena. Quali leccornie potrebbe custodire la borsetta di un soggetto come Mrs. Spencer, se non le caramelle ripiene di rum? Le mie fauci furono investite da un intenso aroma di liquore, un conato richiamò la colazione. Prima che tè e muffin si riproponessero chiusi gli occhi, strinsi i pugni e bloccai il rigetto, fetido di botte invecchiata.
Nel momento della stretta di mano fra fedeli in segno di pace, Annabel si voltò verso me e mi colpì accecandomi una seconda volta con il fogliame sporgente dal cappello. Io mi riparai gli occhi frustati con le mani, lei indignata

–“Vuoi negarmi una stretta di mano? Quei cattolici non ti hanno insegnato proprio niente!”-­

Stremato, al termine della messa mi trattenni alla Saint Thomas per la scuola domenicale con Mrs. Edna Grimsson, la moglie del pastore vistosamente incinta. La nuova catechista evidenziò la diversità dei miei tratti mediterranei, paragonati a quelli britannici

–“Da oggi siede con noi Fax, i suoi capelli e i suoi occhi sono più scuri dei nostri, ed è stato cresciuto dai cattolici, ma nella nostra chiesa non ammettiamo discriminazioni, il Signore ci ama per quello che siamo.”­-

Tutti i bambini mi fissarono come fossi stato allevato da un branco di lupi, o come un dromedario che sfila per le strade di Oslo.
Sissi Brown, la figlia del pediatra, chiese a Mrs. Grimsson –“Quindi se vostro figlio avrà i capelli e gli occhi neri, tu e il reverendo sarete contenti?”-

­
-“Ecco, io e il reverendo abbiamo capelli e occhi molto chiari. Se il bambino fosse scuro, mio marito avrebbe ragione di essere più sospettoso che contento!”-­
Una fila di espressioni smarrite investì la catechista che glissò -­“Va bene! L’argomento era un altro, Fax benvenuto fra gli anglicani!”­-
Incalzò Ben Brown, il gemello di Sissi –“ E se vostro figlio vuole essere cattolico, voi sarete contenti?”-­
-“Credo che mio marito accetterebbe più volentieri un figlio scuro che uno cattolico!”­-
Quindi, intervenne Evelyn Darling –“Perché è meglio essere protestanti?”-

­
Rispose mia cugina Camilla –“Perché altrimenti lei non poteva essere la moglie del prete!”­-
Poi Mrs. Grimsson –“ Per esempio! E anche perché il tanfo di incenso della messa cattolica è una congiura sulle nausee in gravidanza.”-
Concluse Thomas Preston, il figlio dell’oste –“ Ma se un prete cattolico vuole diventare anglicano, deve andare a letto con una donna?”­-
Mrs. Grimsson, istericamente  –“E’ il momento di cantare! Suonerò l’organo per voi!”­-
E le strofe del “God Save the Queen” invocarono la salvezza di Sua Maestà e di una catechista nel panico. Non potevo crederci, quella conversazione aveva realmente avuto luogo durante la scuola domenicale! Al catechismo cattolico, per una domanda molto meno allusiva, Agata Perego aveva purificato la lingua di Ottavio Ranzi facendogli leccare una saponetta di Marsiglia per il bucato a mano.
La nostra conversione aprì localmente aspri dibattiti teologici e culturali fra nazionalità. L’annosa controversia gulliveriana sul corretto metodo di rottura delle uova avvampava ancora gli umori delle fazioni opposte. Io mi interrogavo poco sui dogmi dell’assunzione in cielo di Maria, della fallibilità papale e sulla disputa “purgatorio sì o no?” Esistevano altre priorità nel ruolo di fedele riformato, per esempio la scelta di un buon vicino alla messa. La mia esperienza suggeriva ­“MAI vicino Annabel Spencer”­ Mentre l’ esperienza di Mary Singer allarmava ­“MAI vicino Wilfreda Fletcher, soffre di alitosi e ti sussurra a un palmo di naso per tutta la funzione.”
Bastarono poche settimane perché godessi dei vantaggi protestanti: chiamarsi Fax non è una colpa da espiare, non si prega per ore snocciolando patetiche corone del rosario, la chiesa non è tappezzata di icone splatter dei santi in agonia a cui baciare i piedi, nessuno ti impone di farfugliare a memoria litanie senza spiegartene il significato, la confessione dei peccati e la frequenza domenicale sono scelte individuali regolamentate dal motto “tutti possono, qualcuno vuole, nessuno deve”, la catechista sapeva sorridere e raccontare la Bibbia come un’avvincente saga a episodi, grazie ai disegni espliciti fatti da Thomas Preston nel libro del catechismo ho imparato molte cose sul sesso.
Nel corso di un pranzo domenicale al castello, chiesi a mia madre –“Quando mi cambiavi il pannolino tu sapevi parare gli schizzi di pipì?”­ –
Mio padre –“E buon appetito a tutti!”­-
Mia madre­ -“Che argomento Fax…comunque sì, avevo già fatto pratica con tuo fratello. Ma che domanda è?”­-
Io­ -“Ce lo ha insegnato Mrs. Grimsson.”­-

Mio padre –“ La catechista vi insegna a schivare la pipì?”­-
-“Si! A lezione Bill ha accusato Thomas di aver fatto una scoreggia, Thomas le fa sempre anche a messa, ma Mrs. Grimsson stavolta lo ha difeso perché la puzza veniva da suo figlio…”-­
Melissa­ -“Il bambino aveva scoreggiato?”­-
Io –“No, aveva proprio fatto la cacca!”-­
Mio padre, seccato –“Nessuno ancora ha detto “emorroidi” a questa tavola, chi si propone?”­-
Mia madre –“Ma il bambino era lì con voi?”­-
Io­ “Eccome, stava in una cesta! Mrs. Grimsson lo ha preso e mentre continuava a raccontarci la saggezza di Salomone, gli ha cambiato il pannolino e ha parato uno schizzo di pipì…Ma i neonati fanno sempre la cacca così sciolta?”­-
John Mark –“Embè, anche tu la fai sempre sciolta.”­-
Melissa –“Ah ah ah!”­-
Mio padre, verso mia madre – “Dimmi che per dessert non c’ è la mousse al cioccolato…”­-
La virata dottrinale suscitò reazioni opposte anche in famiglia. Se la nonna anglicana del castello giubilava discreta, quella cattolica giù al villaggio ordiva esorcismi. Rachele Maneri, vedova di Geremia Maneri, ciabattino di Villabruzzi a 50 chilometri da Mogadiscio, era l’emblema dei cattolici nella Contea, ed era la madre di mia madre. Rachele abitava nell’isolato italiano in una piccola casa di legno, trasformata in un ricettacolo di cimeli sacri. Dozzinali icone dei santi erano affisse alle pareti, dipinte sui bicchieri, ricamate nei centrotavola, riprodotte in plastiche miniature. Rachele e Geremia Maneri, avevano lavorato sodo tutta la vita senza trarre vantaggio dalle fatiche. La modesta casa del villaggio era l’unico compenso di un’esistenza solerte.
I miei nonni materni, come gli altri vecchi italiani del Colinshire, erano profughi deportati negli anni 40 reduci dall’avventura in Africa Orientale. Consapevoli di non poter cambiare con pochi risparmi la loro vita, scelsero di investirli sulla morte in un cimitero lontano dalla Contea.
“Ho conosciuto in vita i vermi di quest’isola, non permetterò di divorarmi anche da morto, il mio cadavere non concimerà la sua terra malvagia. Quando diventerò nutrimento per i vermi, siano vermi estranei a questo posto.”­
Queste le volontà di Geremia che, come da richiesta, nutre dal 1985 italici vermi del camposanto di Sanremo, la sua città di origine. Il desiderio dei miei nonni era tornare in Somalia per concludere le stagioni della vita, progetto che non si è realizzato. La foto scelta per la tomba ritraeva Geremia giovanissimo e felice in Africa, scattata nel giorno del compleanno del duca degli Abruzzi.
-“Fu una grande festa”- ricordavano gli italo somali del Colinshire. “-La torta era enorme, la banda suonava ” Il tango delle capinere”, non mancava niente…Quasi niente, eccetto il festeggiato.”-
L’amato duca Luigi Amedeo di Savoia festeggiava altrove.
Rachele pativa la distanza oceanica dalla tomba di suo marito, avrebbe voluto prendersene cura e pregare davanti al sepolcro, ma condivideva con lui il rifiuto della sepoltura in terra britannica. Il custode del camposanto di Sanremo le inviava su compenso ogni sei mesi una foto aggiornata della lapide di Geremia. Lei mostrava orgogliosa l’album funereo anche a chi non ne facesse richiesta, precisando che il posto di fianco a quella tomba era suo.
Pur godendo di ottima salute, farciva di foschi presagi gli istanti condivisi con la famiglia, evocando un’imminente dipartita. Quando l’influenza stagionale la contagiava come chiunque, lei sentenziava –“E’ un segno del Signore, sta per prendermi con sé.”­-Quando mia madre la invitava con sette giorni di preavviso al pranzo di Natale, lei dubitava ­-”Chi può dire se a Natale sarò ancora qui?”­ – Quando i nipoti le consegnavano giocondi il regalo di compleanno, sospirava –“Avreste dovuto conservare i soldi per i fiori del mio funerale.”-
Rachele paventava nel suo catastrofico immaginario, epidemie, guerre, carestie, incidenti, e per lenire ognuna di queste eventualità padroneggiava un prontuario di orazioni esorcizzanti. Ma quale preghiera avrebbe purificato l’anima dei nipoti apostati che passavano alla chiesa concorrente? Mossa dalla cristiana virtù della generosità, condivise i tormenti con la sua terzogenita che le stava misurando la pressione arteriosa nella casa di legno
-“Selva, perché odi i tuoi figli?”­-
-“Mamma! Cosa diavolo dici?”-­
-“Perché vuoi mandare all’inferno Fax e Melissa?”-
Lei, sfilandosi il fonendoscopio dalle orecchie ­-“Mamma ti prego non farlo, non causarmi un altro mal di stomaco.”-­
-“Va bene, allora dimmi almeno perché vuoi punirmi.”-­
-“Io non voglio punirti!”-­
-“Però hai sposato un Mac Allister e sei andata a vivere in quel castello, Dio solo sa come il mio cuore abbia potuto reggere.”-­
-“So solo che la famiglia del castello ha saputo accettarmi come voi non avete fatto con Abel.”-­
“Se tu fossi stata strappata dall’ Africa, abbandonata come spazzatura su quest’isola, ingannata e umiliata da quegli inglesi, se fossi stata lì quella notte, capiresti.”­-
“I Mac Allister non hanno niente a che vedere con la nave dall’Africa e con il vostro abbandono. Se avessi guadagnato un pound ogni volta che te l’ho ripetuto, le rate del dentista di John Mark sarebbero saldate.”­-
-“L’ultima mia consolazione era che tu e i tuoi figli stavate dalla parte del Dio giusto. Ora invece…”­-
-“Non è un gioco a squadre! I bambini non erano felici alla chiesa cattolica.”-
-“Felici! Andare in chiesa non significa divertirsi, mettere quei cappelli circensi, tagliare torte e bere tè come fanno loro. Io sono forse felice? Eppure vado alla Santa Maria.”-­
-“No, effettivamente fai il possibile per non esserlo. Fidati di me per una volta. I bambini si trovano molto bene con la nuova catechista. ”-­
-“Quella donna divide il letto con il prete! E’ gravida di un prete!”-
-“E’ quello che fanno le mogli con i loro mariti…”­-
-“Sua moglie? E’ una bestemmia! Dove si sente di un ministro della chiesa che fa quelle cose con le donne? Inglesi… Questo non me lo meritavo davvero Selva, morirò di crepacuore.”­-
Lei, osservando i valori sul misuratore di pressione ­-“Ci seppellirai tutti mamma…con rito cattolico, come piace a te.”­-
A Rachele non rimaneva che estrarre l’artiglieria pesante e arruolarsi come crociata per una cruenta guerra di religione.
La merenda mi aspettava calda di forno. Quando mi presentai nella sala giorno del castello, mia madre esclamò –“Cosa fai con un ombrello aperto dentro casa?”-­
Io, maneggiandolo –“Secondo te resiste se piovono sassi e cavallette?”­-
“Qualunque gioco ti abbia proposto Camilla, no, non lo puoi fare!”­-
Estrassi un pieghevole dalla tasca dei pantaloni ­-“Non è un gioco! Come faccio quando cadranno rane, cavallette e sassi dal cielo?”-­
-“Perché dovrebbero piovere cavallette e rane? E quello cos’è?”-
-“E’ l’elenco delle piaghe d’Egitto, me lo ha dato la nonna Rachele. Dice che ci succederanno queste cose perché abbiamo tradito il papa.”­-
Mia madre scosse il capo­ -“Chiudi quell’ombrello e vieni a fare merenda. Dov’è tua sorella?”-­
-“E’ andata al campetto con John Mark.”-

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-“Melissa è andata a giocare a calcio?”-
-“Decima piaga, morte del primogenito maschio, Melissa voleva stare con John Mark prima che morisse…”-­
Sì, Rachele Maneri era armata fino ai denti e nessuno come lei sapeva quanto fornito fosse quell’arsenale. Tutte le volte che io e Melissa le facevamo visita appesantiva le nostre tasche di immagini sacre, medagliette con il volto della vergine e orrende miniature di Città del Vaticano. Una Domenica pomeriggio mia madre mi chiese –“Hai finito tutti i compiti?”­-
-“Sì.”­-
-“Bene, allora scendi al villaggio a prendere le mandorle dalla nonna, voglio preparare la torta Dundee.”-­
-“Posso chiedere a Bill e Camilla di accompagnarmi?”-­
-“Se la nonna Laura non ha niente in contrario…”­-
La nonna del castello non ebbe niente in contrario. Quella giù al villaggio, aperto l’uscio di casa, trovandosi davanti tre anglicani in bicicletta, fu lieta di vederci come poteva esserlo un cristiano che osserva Maometto legare il suo cavallo sotto la porta della cattedrale di San Pietro. Quando mi presentavo con i miei cugini inglesi, mia nonna Rachele reagiva con disagio e imbarazzo, infatti farfugliò qualcosa come –“Ah, sei in compagnia!… Non vi aspettavo in tanti, è andato bene il viaggio?”-­
Io­ -“Ci vogliono 10 minuti per arrivare dal castello.”-
-“E come stanno questi tuoi amici?”-­
-“Sono Bill e Camilla, siamo cugini.”-

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-“Infatti, li avevo riconosciuti!”-
Poi, ostinandosi a guardare solo me, come se loro non fossero presenti -­“Allora digli che possono entrare…se vogliono.”­-
Io, seccato dal suo atteggiamento –“Nonna, possono sentirti.”-­
Lei, scandendo le parole ­-“Certo, ma io non parlo la loro lingua.”­-
Intervenne Camilla –“Signora nonna di Fax, parliamo anche l’italiano, siamo inglesi mica stupidi!”-
Mia nonna, irrigidita mugugnò –“Vi do le mandorle, entrate.”­-
Lungo il vestibolo che conduce alla sala da pranzo, Bill scrutava l’esposizione di quadretti appesi ­-“Chi è quello?”-­
Lei –“Come chi è? E’ Giovanni Paolo Secondo, il nostro papa! Puoi dargli un bacio se vuoi, ho spolverato oggi le cornici.”­-
Bill­ -“Non voglio dargli un bacio!”­-
Vidi mia nonna stringere i pugni . Io, supplicandolo sottovoce –“Bill, dagli un bacio, per favore…”-­
Lui , sussurrando -“Perché devo baciare quel vecchio?”-­
Io –“ Perché mia nonna si offende se non lo fai.”-

­
Si intromise squillante Camilla­-“ Lo bacio io…sulla bocca, come nei film.”-­
Stava sporgendosi alla volta delle settuagenarie labbra pontificie, quando Rachele esplose nervosamente –“Stai lontana da lui!”­-
Trasalimmo spaventati. Poi, moderando il tono –Sì, ecco…venite in cucina a mangiare qualche biscotto.”-­
Mentre noi attingevano i dolciumi dalla biscottiera, lei prese dalla mensola del camino un modellino sacro mai visto prima. Io­ -“E’ nuova quella?”­-
–“Sì! E’ una madonnina con dentro l’acqua santa. Me l’ha spedita la mia amica Cesira di Mogadiscio. Cesira soffre di artrite reumatoide da quando ha lasciato la Somalia, poi ha immerso i piedi nelle acque miracolose di Lourdes e sta molto meglio!”­-
Così dicendo svitò il capo alla madonnina che era il tappo del flacone, lo poggiò sulla tavola, si bagnò le dita della mano destra con il corpo decapitato, e inumidì le fronti di ciascuno di noi ruminanti augurando –“Che Dio vi benedica… nonostante tutto.”-
Avvitata la cervice al corpo di Maria domiciliata in Nazareth, la ripose.
–“Vado a prendere le mandorle nella dispensa.”-­
Rimasti soli, Camilla raggiunse su una sedia la mensola del camino. Io ­-“Cosa fai?”-­
Lei, afferrando la madonnina –“Beviamola!”­-
-“Sei pazza? Mia nonna ti uccide!”­-
La risposta a quella minaccia fu una sorsata taumaturgica seguita da gargarismi…ma niente rutti. Ero rassegnato a fronteggiare le dieci piaghe d’ Egitto solo per aver assistito ad una simile blasfemia. Mia cugina scese dalla sedia e porse la vergine senza testa a Bill –“Bevila.”­-
Io­ -“Bill, non farlo!”-
Lui sghignazzò e tracannò miracoli. Poi allungò verso me la madonnina –“Anche tu.”­ –
-“No, non posso!”­-
-“Noi l’abbiamo fatto, tocca a te.”­ –
Camilla­ -“Presto o tua nonna ci scopre!”-­
Sentivo la porta della dispensa chiudersi, il cuore palleggiare, i passi di mia nonna avvicinarsi e scoppiettare le braci degli inferi. Strappai la madonnina dalle mani di Bill, chiusi gli occhi e trangugiai santità stantia dal retrogusto muffoso.
“Che maleducata! Non vi ho offerto niente da bere con i biscotti.”-­
Queste le premure di un’ignara Rachele Maneri tornata nella sala da pranzo, dove tutto e tutti stavano esattamente come li aveva lasciati. Era ufficiale, avrei bruciato all’inferno, ma mi consolavo all’idea di ardere con Bill e Camilla. Non ebbi la forza di sostenere gli sguardi dei santi ritratti dentro le cornici, speravo solo avessero l’accortezza di non piangere sangue; esattamente come io l’avevo avuta ogni volta che mi ero sorbito le loro agiografie.
Salutata la nonna, assicurai il sacchetto di mandorle al manubrio della bicicletta, e con i miei cugini pedalai lungo i viottoli italiani del villaggio. I residenti di quella zona ci guardavano sorpresi e contrariati nel vederci in giro dalle loro parti. Il maleficio era già stato scoperto? Naturalmente no, ci detestavano a prescindere.    Prima di salire la collina deviammo a nord di Gardar, verso Old Bells Valley, la campagna dove sorgono le rovine della vecchia pieve anglicana. Dei corvi appostati su precari cornicioni gracchiavano spettrali alla prateria silente, inquieti ambasciatori dell’ade cui eravamo destinati.
Io, suggestionato –“Perché siamo venuti qui?”­-
Camilla ­-“Per non farci scoprire!”­-
Bill –“Ma nessuno ci ha visti bere dalla madonnina.”-

­
Camilla –“ Ma no, per non far scoprire che mangiamo le mandorle.”­-
Io –“Non possiamo! La mamma ha detto che servono per la torta.”-

­
Camilla ­-“Poche, solo un pugnetto.”-

­
Ed eccoli lì, tre iconoclasti ingordi e disonesti, grufolare in aperta campagna un bottino di altrui proprietà.
Entro sera, sinistri movimenti enterici ci causarono attacchi di dissenteria all’unisono. Due scuole di pensiero argomentano le cause della reazione fisica: per la corrente divina la provvidenza si era palesata infliggendoci l’undicesima piaga del “PELLEGRINAGGIO AL VESPASIANO”. Secondo la corrente razionale, quelli che avevamo tracannato erano i liquami di scorie plantari travasati nella madonnina dal catino, dove Cesira di Mogadiscio aveva immerso i suoi callosi, artritici piedi. AMEN.

CONVERSIONI (parte2) tratto da “A life in a Fax” di Fax Mac Allister Copyright ©
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“Achille Fabbro, un nome italiano, ma il cognome no.” di Fax Mac Allister

Massawa è deserta, decrepita. La amo.
Misuro i respiri, temo che un sussulto possa sbriciolarla.
L’aria ferma è densa dei fantasmi di un passato fastoso, festoso e nefasto.
L’Hotel Torino mi osserva silente con il biasimo dell’adulto che conosce la vita.

dav

Alle 8 della sera il sole allenta la morsa rovente.
È la vigilia della mia partenza. Massawa è deserta, decrepita. La amo.
Misuro i respiri, temo che un sussulto possa sbriciolarla.
L’aria ferma è densa dei fantasmi di un passato fastoso, festoso e nefasto.
L’Hotel Torino mi osserva silente con il biasimo dell’adulto che conosce la vita.
La ragazza del baretto Isola Verde ci porta due birre Melotti al tavolino sbilenco esterno. Dal juke box riverbera gracchiante il ritornello italo disco “Buonasera, buonasera signorina, buonasera signorina ciao ciao…”
Achille sorseggia lentamente, poi riprende a raccontare in italiano
-“Mia madre era di Adi Ugri, mio padre era un soldato del duce.
Quando sono nato lui mi ha dato un nome italiano, ma il cognome no.
Poi è partito. È andato a Roma. Forse stava male e voleva curarsi.
Non è più tornato. non so come mai.
Ho un nome italiano, il cognome no. Allora me lo sono dato io un cognome italiano. Lavoro il ferro, sono bravo sai! Trasformo il ferro in cose bellissime. Quindi il mio cognome è Fabbro.
Se vuoi spedirmi una lettera puoi scrivere sulla busta “Per Achille Fabbro”. Appena arriva a Massawa me la portano, mi conoscono tutti!”-

-“Domani torno a casa Achille. Ti manderò delle cartoline dal Sudafrica.”-

-“E in Italia?Torni anche in Italia?”-

-“Forse, per pochi giorni, tra qualche mese.”-

Achille sussurra come evocando un segreto -“In Italia…”-

-“Tra un anno sarò nuovamente qui a Massawa.Ci rivediamo a Ottobre.C’è qualcosa che posso portarti dall’Italia?”-

Lui illuminandosi -“Una pipa!”-

-Vuoi fumare?”-

-“Non c’ è niente di male! Sì, una pipa. Quando ero piccolo spiavo i signori italiani che fumavano all’ombra. Mi nascondevo lì (indica il bivio che apre ai Portici Savoia). Quanto erano eleganti non lo immagini! Le giacche stirate e certi cappelli. Sembrava una sfilata dei principi di Piemonte. Uscivano a passeggiare a quest’ora e si sedevano lì ai tavoli dei bar. Forse anche mio padre fumava una pipa. Non lo so, io non lo conosco. Se ne sono andati tutti…”-

MASSAWA. OTTOBRE. 12 MESI DOPO.
Cammino al crepuscolo verso l’Hotel Torino lungo la banchina che congiunge l’isola di Taulud a quella di Massawa. Emano l’aroma del repellente anti zanzare . Tutto è identico, immobile nella sua torrida letargia. L’inerzia afosa mi avvolge e rallento il moto.
Anche il mare sembra essersi arreso e ribolle in un impercettibile sciabordio. Compiaciuto nel sentirmi una parte di quel tutto irreale avanzo con gli occhi socchiusi, quando un alito sussurra il mio nome
-“Fax!”-
Achille siede solitario su un muricciolo. dimostra 200 anni ma conserva lo stupore infantile nello sguardo. -“Fax, sei tornato!”-

Si alza, mi abbraccia e poggia le mani leggere e grinzose sul mio viso, quasi ad accertarsi non si tratti di una proiezione. Ride e applaude.
Siedo con lui sul muretto

-“Sì Achille, come promesso un anno fa.”-

-“Un anno? Non può essere!”-

-“È stato a Ottobre, ricordi?”-

-“Non dirmelo. Oggi è Ottobre? Oh, sono vecchio di un altro anno””-
Ride.

-“Ho un regalo per te.”-
Sfilo la piccola sacca dalle spalle da cui estraggo un cofanetto in sughero .Sul coperchio è dipinta una Torino risorgimentale.
Gliela porgo.
Achille esita -“Per me?”-
Solleva il coperchio, la scatola contiene una Bent Apple in radica e due differenti qualità di tabacco. Achille trema incredulo, si contorce le dita.
Intuisco che aveva rimosso la nostra conversazione e non si capacita del materializzarsi di un desiderio. -“Davvero è per me?”-

-“Sì, per Achille Fabbro…”-

Estrae la pipa, la ammira reggendola sul palmo delle mani come cullandola e confida -“Ho aspettato tutta la vita che l’Italia tornasse da me, e oggi l’Italia è tornata…”-

La mia vista si appanna, voglio trattenere le lacrime nel rispetto del bambino meticcio dal nome italiano (il cognome no) che forse il tempo di piangere raramente se lo è concesso.
Achille posa una mano sopra la mia -“Sei un bravo figlio.”-

Le lacrime mi vincono e Massawa si irradia di una luce liquida. Respingo il turbamento emotivo, gli propongo -“Potresti fumare nel bar sotto i Portici Savoia, quello è il luogo giusto.”-

Effimere sagome di fumo librano nell’aria dal porticato moresco eroso dalle crepe. I nugoli profumati vestono l’eco dei trattenimenti danzanti, dell’elegante struscio serale esibito con provinciale alterigia, delle note dei valzer.
Quei giochi di vapore solleticano la memoria degli archi, fatiscenti spettatori evocativi di un regno lontano e di un passato coloniale perduto.
Scruto silenzioso il panorama. Mentalmente associo la toponomastica originale alle strutture rovinose imparata su un quaderno illustrato appartenuto a mio nonno: Lungomare Umberto I, le banchine Regina Elena e Salvago Raggi, Via Roma, Piazza Principi di Piemonte…”-

Achille sbuffa un altro fumoso disegno, e mirando orgoglioso la pipa
-“Non sai quanto l’ho desiderata nel mio cervello. Sembro un signore italiano elegante?”-

Gli sorrido -“Sembri un signore eritreo onesto.”-

Ad Achille, ai Meticci d’Eritrea, ai loro cugini italiani lontani.
Fax Mac Allister
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Azmarino Style

asmara bouganvillea

È Domenica pomeriggio. Percorro tranquillo la strada del Villaggio del Genio di Asmara di ritorno da una visita al cimitero italiano.
Sul marciapiede  ombreggiato da un palissandro fiorito tre ragazzi saltano a turno sfiorando divertiti i suoi rami.
Osservo la cima dell’albero cercando di individuare un pallone incastrato in mezzo alle fronde, quando uno di loro mi invita sorridente -“Giochi?”-
Io-” A che cosa?”
Lui con ovvietà -“A chi tocca il ramo più alto!”-
È Domenica pomeriggio, mi sento così insolitamente a posto, e rimango a giocare con loro…

Fax Mac Allister

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CONVERSIONI (quando una catechista cattolica svela il suo passato in Abissinia)

-“Addis Abeba significa nuovo fiore. Quanto amavo il sole, il profumo dell’aria. Nel pomeriggio la luce filtrava dalle persiane chiuse, mettevo un vinile sul grammofono e danzavo in sottoveste nella mia camera. Non ero una brava danzatrice, ma dopo aver raggiunto un posto in Africa tutto sembrava possibile e sognavo di esserlo. Non immaginavo che l’Impero sarebbe crollato. Ho smesso di danzare da allora…”

CONVERSIONIgiuoco Continua a leggere “CONVERSIONI (quando una catechista cattolica svela il suo passato in Abissinia)”

The arctic heart of Lene

 

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The young Lene lived on the northernmost farm in the Kingdom of Denmark, those frozen oversea lands far from the Queen’s Palace, where snow falls abundantly and the cold wind howls. Lene was a goose keeper. She was very beautiful, but selfish, petty, arrogant and a social climber. She despised her humble peasant status profoundly and mistreated the defenceless birds over which she had to watch. One morning, she was summoned to sell a goose to the burgomaster, who lived in the large house used by the head of the village. She was greeted at the service door by Arnak, the Inuit kitchen maid. Once in the kitchen, the animal wriggled free and flew towards the noble part of the house, landing on the pendulum clock in a small dining room. It caused uproar in the room, which had never seen such confusion. Lene, Arnak, and a band of servants scurried around trying to capture the bird, tumbling over the carpets and slamming against the furniture. The goose escaped the attempts to capture it, hurtling against the picture frames and drapes, sheltering on the velvet armchair, knocking over the candlestick. The bedlam startled Jakob, the burgomaster’s young son, who arrived to see what was happening. When Lene finally ended the escape by catching the goose, the small dining room looked like a battlefield in a gory Viking saga.

Arnak, the kitchen maid, was mortified, begging for the young Jakob’s forgiveness, while quickly trying to clean up the mess that had been caused. However, Jakob was not at all angry, but rather amused, if anything. Only then, once order was restored, was Lene able to notice the warm elegance in the noble small dining room, the furnishings, the glow of the fire in the tiled fireplace and the decorations on the upholstery. After being paid, Lene walked the path back to her farm filled with rancour, envious of the wealth of others. She returned to the burgomaster’s house several times to sell geese and even managed to exchange a few quick greetings with Jakob, who was kind to everyone, even to the servants.

Lene considered Jakob a fool, unable to enjoy the riches and be authoritarian towards his subordinates, as she would have done. She thought she could take advantage of Jakob’s weakness. Although she did not love him, she dreamed of marrying him, abandoning her family’s hovel and being waited on by servants. During her brief visits, to win the boy’s attentions, she wore a bear’s rib clasp, taunted the dusty appearance of Arnak, the kitchen maid, and the corpulence of Grethe, the cook.

However, nothing new ever happened, Jakob would smile and politely say goodbye. Impatience riled Lene and, back on the farm, her parents and the animals bore the brunt of her frustration. It was during the thawing season that something changed.

The ice melted, the grasslands of the tundra bloomed with rosy willowherb and purplish dwarf birch. The shy Jakob also became brighter and more talkative. He could be heard laughing and humming in the well-kept library where he spent long hours studying. Naturally, this change did not escape Lene. Jakob would stay longer to talk to her, question her on the habits of her geese or point out the valleys where the Arctic cotton that they loved to feed on blossomed. She continued to consider him a fool, but indulged him mellifluously.

Then, one day, in a flash of embarrassment that made his face turn red, Jakob asked Lene – “Can I see your hand?” – The girl held out her hand confidently, spreading her fingers. – Extremely awkwardly, he quick told her – “Come back tomorrow, but do not bring any geese!” – And the first snowflakes announced the end of that brief Nordic summer. The following morning, at the house of the burgomaster, Lene was hastily led by a dazed stuttering usher to the study where the master of the house made the most important decisions. The most esteemed jeweller in all of Scandinavia, who had come specially from the Faroe Islands on an imposing wooden ship with elegant caskets, awaited her to perform a meticulous measurement of her ring finger. The gold ring embellished by a glacial gem emanated a hypnotic light. Lene contemplated her hand in a haughty smile that turned into a grimace, as if the reflections of the jewel kidnapped her thoughts and projected them in their authenticity. She would become Jakob’s wife, who, despite being insipid, had succumbed to her beauty. – “Lele Lele Len Lene! … Gige giv givvv give ba give back the ri rin ring!” – The uscher’s voice interrupted the daydream. Lene hesitated, glaring at the stammering man who, she thought, she would have fired immediately after the wedding, and handed back the wedding ring. The girl was told to keep the meeting with the goldsmith from the Faroe Islands a strict secret. Nobody should have the slightest inkling of the plans for a wedding before the official announcement. Lene obeyed, but from that moment her rudeness towards the humble and the weak became fully unleashed, sometimes ruthless, as she waited to become part of the burgomaster’s family. One day, during a heavy snowfall, while cursing at the geese in the enclosure, she was surprised by the visit of the stammering usher – “He he he hello Le Le Le Lene, the they are wa wat wait waiting for ye you a at th the huh huh house of th the Bo Bo Bo Boorgo ma mamaster.Yuh yuh young mi mister Ja Ja Jakob ha ha has se set the da date ooof the we we wedding and wi wishes ye you to b b be there fo for the ann annou announcement, which… “- Shocked by a sudden surge of strength, the young goose keeper interrupted the messenger with a triumphant laugh, preventing him from continuing. Finally, her wait was over and her wishes had been fulfilled! She threw down the bucket bird food, brushing aside the odious birds for the last time, and left the stunned man behind.

She went into the farm to comb her hair and put on her best cloak. Her worried mother questioned her about what was going on, but the arrogant Lene ignored her. The agitated woman followed her for a while along the path, asking her why she had left the geese enclosure and thrown down all the food. Finally, Lene gave her an answer – “The son of the burgomaster has asked my hand in marriage, there’s no longer time for geese.” –

Her mother stopped in the snow in disbelief on hearing the revelation – “The burgomaster’s son wants you, Lene?” – Then, very simply, she pointed out that – “Your father knows nothing about it and you cannot marry without our consent. We need to meet the young man.”-

Lene, smiling at her sympathetically – “Mum, look at your coarse apron. Would Jakob still wish to marry me if I were to go to his sitting room accompanied by two peasants? What elegant carpet would wish to be smeared with your boots covered in dung?” –

Then she turned and continued on her way to the village. Her mother wrung her hands together, a goose that had made its way onto the fence screeched at Lene, who disappeared as if swallowed by the whirling snow.

During the journey, the girl encountered some villagers, Olaf the cod fisherman, Hanna the seamstress and Grimur the shepherd, who as always wished her a good day. She, however, looked away from them with a haughty snort and didn’t bother replying, considering them unworthy. In front of the burgomaster’s house stood a shiny sleigh pulled by six elegant reindeer, with fluffy silk bows on their horns, embellished with golden bells around their necks and kept warm by embroidered blankets.

Lene imagined herself sliding into that stately sleigh on her wedding day, beautiful, bejewelled, applauded and envied by everyone. A roar of applause came from the mansion and Lene knocked curiously.

A bitter surprise awaited when the door of the house opened to reveal the truth. In the elegant small dining room, near the lively fire in the tiled fireplace, in front of an audience of modest villagers, Jakob held the hand of Arnak, the dusty Inuit kitchen maid. There were the carpenter, the teacher, the snowplower, the innkeeper, all the artisans and the workers of the village. Among those present, Lene also recognised the messenger who had summoned her shortly beforehand. Bewildered, she glanced at the rough boots that Arnak wore on the precious carpet in the room. A maid handed the goose keeper a cup of hot tea.

There was another knock on the door and Olaf the cod fisherman, Hanna the seamstress and Grimur the shepherd came in. Jakob then began to speak – “Now that you are all here, I would like to thank you for accepting our invitation. You have always been trusted associates of my family, good friends and honest workers in this community. We are pleased to announce that Arnak and I will soon be married and we would like to invite all of you to the wedding banquet… The young man gently held up Arnak’s hand, which was cracked and marked by fatigue, and slipped on the bright ring from the distant Faeroe Islands. The din of broken crockery smashing against the floor echoed in the room. Lene had dropped her teacup and, her face livid, she trembled and shook her fists – “No! How can you marry her? Arnak, the kitchen maid! Just look at her, her hair is frizzy, she’s covered in dust, her boots dirty your carpet and she’s so insipid!”-

Grethe, the cook, murmured in disbelief – “Lene! How could you say such a cruel thing?” –

However, Lene continued, contemptuously – “Shut up, fatso! You’ve tricked me. You’ve just used me!” – Then, pointing to the messenger – “That stupid man deceived me. Curse you all!” – Then, turning to Jakob and Arnak – “May you be accursed, may your marriage be damned!” – Overcome by anger, she ran away, leaving the spouses and their guests stunned by her curses. Outside the mansion, the young fury tore the silk bows from the horns of the reindeer. Heading back towards the farm, she kicked the piles of snow on the roadside, screaming, beating her fists against fences and throwing stones at the windows of houses. When her mother saw her appear in such a pitiful state, she questioned her mockingly – “For the Crown of King Christian! You’re here, Lene. Where is your husband? I can’t see any pages or liveries…” – Then, turning her back on her, she went into the house.

A goose, that had escaped from the enclosure, screeched petulantly at the keeper. Lene felt as if even the bird was mocking her. She grabbed the stick with which she often beat the animals and pounced on the goose, twisted its white neck and began to beat it. White feathers swirled towards the leaden sky as the snow turned red. The flock inside the encounter whined desperately in a helpless chorus. When the slaughter was over and Lene calmed down on all fours, she saw a whirl of frozen dust rise and the bird drained of blood come miraculously back to life, only to turn into a beautiful woman with fluttering hair and a dress made of ice. She was really a powerful fairy of the North. The frightened keeper was unable to find the strength to get up or call for her mother’s help…The continuation of the story is available on Amazon

-“The arctic heart of Lene”- All rights reserved. The use, in whole or in part, of the contents of this story is forbidden, including the storage, reproduction, reprocessing, distribution or distribution of the contents by any means of printing, audio, video technology platform, stage-theatrical representation, support or electronic network, without the prior agreement of the author Fax Mac Allister macallister1812@gmail.com